
Tra i tanti bar e locali di ritrovo che caratterizzarono corso Italia nel Novecento, uno dei più noti e rinomati fu sicuramente, per quasi mezzo secolo, il “Caffè – Pasticceria Grand’Italia”. Un locale che, possiamo dire, costituì una sorta di “cenacolo” per i tanti artisti del tempo, che qui avevano modo di incontrarsi e di parlare delle loro ultime produzioni, ma che fu anche un luogo dove i politici di quegli anni, a qualsiasi parte appartenessero, avevano modo di vedersi e confrontarsi, chiacchierando dei problemi cittadini, ma anche delle grandi questioni nazionali, davanti ad un aperitivo o ad un buon caffè.
Oggi esiste a Savona, in piazza Mameli, all’angolo con via Montenotte, un “Caffè Grand’Italia”, che, però, non ha alcuna attinenza con il locale di cui intendiamo trattare e che, invece, si trovava in corso Italia nel secolo scorso.
Il “Grand’Italia” si trovava, come vedremo tra poco, nel bel mezzo del corso e fu inaugurato quando la strada era ancora intitolata al Principe Amedeo d’Aosta (era stata così nominata in base ad una delibera del Consiglio Comunale del 20 marzo 1867 e avrebbe modificato la sua intitolazione soltanto con una nuova delibera del 2 luglio 1945, divenendo così l’odierno corso Italia). Il locale aveva le sue vetrine dove oggi è il negozio “Donna Vogue” della Ditta di confezioni “Giannetto” e si trovava a pochi metri da un altro famoso Caffè, il “Barile”, che era posto all’angolo tra corso Principe Amedeo e piazza Sisto IV (nei locali dell’odierno “Credito Italiano”), un tempo noto come “Caffè Concerto Nazionale” e poi divenuto “Caffè Savona”, che, a sua volta, era situato dirimpetto al famosissimo “Caffè Chianale”.
Nei locali in corrispondenza del n. 9 del corso Principe Amedeo (un tempo n. 7), il 27 marzo 1909, era stato inaugurato un bellissimo Bar, il “Bar Italoamericano”, di proprietà del signor Giovanni Cossetti. Il locale aveva avuto un grandissimo successo fin dalla sua nascita, essendo dotato di un ampio locale elegantemente arredato con squisito gusto artistico ed essendo fornito di un bel bigliardo sul quale si potevano svolgere gare a premio; l’ottimo servizio di vini e liquori finissimi, forniti dalle migliori ditte estere e nazionali, la prontezza del servizio e la mitezza dei prezzi avevano assicurato al locale, per molti anni, una numerosa e distinta clientela. Successivamente, quattordici anni dopo la sua inaugurazione, per motivi che non conosciamo, il proprietario decise di cederne l’attività: questa fu rilevata, a febbraio del 1923, dal signor Camillo Pecchio (figlio di Giuseppe Pecchio, nato a Settimo Torinese il 21 agosto 1887), un pasticciere piemontese che il 3 luglio di quell’anno si trasferì a vivere stabilmente nella nostra città. Il nuovo Caffè, che assunse il nome di “Grand’Italia”, fu inaugurato domenica 11 febbraio 1923; ecco, al proposito, cosa scrisse “Il Corriere Ligure”, il settimanale diretto da Ettore Baldino, nel suo numero del 17 febbraio: «Domenica 11 corrente il signor Pecchio Camillo ha invitato gli amici e le personalità cittadine all’inaugurazione del suo Caffè “Grand’Italia” con annessa pasticceria. Questo nuovo ritrovo cittadino trovasi in corso Principe Amedeo n. 7 ed è tale da fare veramente onore a Savona, inquantochè si tratta di un locale addobbato con tale squisito senso artistico e di serietà da essere degno di una grande città. L’eleganza dei mobili, delle vetrine, il buon gusto con cui furono lavorate le pareti rendono ormai il Caffè “Grand’Italia” il più elegante ed il più aristocratico della nostra città. Noi non ci dilunghiamo a descrivere il locale; da fedeli cronisti ci limitiamo a registrare l’avvenimento e a congratularci con il signor Pecchio».

Il “Grand’Italia” ebbe, da subito, grandissimo successo. Era, sostanzialmente, separato in due parti e si apriva sul corso con due entrate: quella verso il mare (corrispondente all’odierno n. 115 rosso) introduceva al Caffè vero e proprio, mentre quella verso l’entroterra, invece (corrispondente all’attuale n. 113 rosso), costituiva l’ingresso alla Pasticceria. Una delle specialità più ricercate del locale era sicuramente la torta Saint Honorè, un’autentica squisitezza.
Il “Caffè – Pasticceria Grand’Italia” rimase sotto la guida del signor Pecchio per oltre trent’anni, fino al 1954. In quell’anno, essendo ormai in età avanzata, egli decise di associarsi nella gestione del locale (le cui sale erano di proprietà del signor De Franceschini) un suo “storico” dipendente, il signor Angelo Nesti (1901 – 1991), che vi lavorava come cameriere fin dal 1921, quando il Caffè era ancora noto come “Bar Italoamericano”.

Poco tempo dopo, il 26 novembre 1955, essendo già vedovo, Camillo Pecchio morì all’età di 68 anni nella sua abitazione di corso Italia n. 17 interno 1, posta esattamente sopra il suo Caffè. La morte del vecchio proprietario sembrò segnare la fine stessa del locale, tanto che poco tempo dopo, il 29 febbraio 1956, il “Secolo XIX” annunciò che Angelo Nesti, «con la morte nel cuore», si ritrovava costretto a dover chiudere il “Caffè Grand’Italia”: un evento, questo, che, tra l’altro, si verificava a soli otto anni dalla chiusura di un altro famoso Caffè, il “Chianale”. Scrisse in quell’occasione il giornale: «Nonostante il passare degli anni, il “Grand’Italia” manteneva le caratteristiche del vecchio Caffè anche se recentemente la televisione vi aveva fatto il suo ingresso: era sfuggito alla freddezza delle guarnizioni metalliche e conservava ancora l’atmosfera del ritrovo all’antica. Frequentato dalla clientela più varia, appartenente alle categorie sociali più diverse, era diventato, particolarmente in questi ultimi anni, grazie allo squisito savoir faire del notissimo Angelo, cameriere di modi e di stile antico, un ritrovo dei più confortevoli. Ci si incontrava e si discuteva con una tolleranza unica, anche se gli uomini che prevalevano erano delle provenienze più diverse».

Angelo Nesti nel suo Bar Pasticceria.

Superando le difficoltà, contro ogni previsione, in quello stesso anno, per fortuna, il signor Nesti riuscì comunque a far “rinascere” il suo Caffè in un altro punto del corso Italia, dove fino a poco tempo prima era esistito il “Bar Baila” (in corrispondenza della terza vetrina della Cassa di Risparmio di Savona, in direzione dell’angolo con via Cesare Battisti), mantenendovi i vecchi arredi. Alcune interessanti informazioni sull’attività del “Caffè Grand’Italia” in quest’ultimo periodo ci sono fornite da un bellissimo articolo che Luigi Pennone, il popolarissimo “Lupe” – che fu scrittore, poeta, critico d’arte e promotore di cultura (Genova, 20 dicembre 1905 – Savona il 2 novembre 1983) – scrisse per la rivista “Liguria” stampata da Sabatelli nell’estate del 1962. In quel “pezzo”, intitolato “Divagazioni sorridenti sui Caffè e Bars di Savona” Pennone scrisse: il «Caffè da noi più frequentato comunemente è il Caffè-bar-pasticceria “Grande Italia” sul corso omonimo e confinante con la sede della Cassa di Risparmio. È sempre, anche nell’aspetto dell’arredamento “vieux-stile” — legno e specchi — l’antico caffè ch’era due isolati più in basso ov’è ora “Gianetto-confezioni”. E come sovrana potestà del luogo, ha sempre Angelo, l’inarrivabile Angelo, che ai tempi favolosi della sua giovinezza portava il frac come un Granduca e che oggi, alla saggezza del “pelo” perduto, aggiunge il sale attico di un incantevole umorismo “pince sans rire” che lo fa il più caro amico e confidente di tutti i vecchi clienti. Angelo è veramente una “istituzione” savonese: e parecchi di noi, dal più vecchio al più giovane, si sentirebbero imbarazzati senza di lui. Basta pensare al disagio che ci coglie quando Angelo — onnipresente sempre da Capodanno a San Silvestro — lascia il trono uno o due giorni per una banale influenza. La gente del Bar “è quella che è e nessuno sa quel che può essere” come la gente del vicolo cantata da Tullio d’Albisola (che è, del resto, uno dei più antichi ed affezionati frequentatori). Professionisti, commercianti, impiegati, operai, artisti: un vero caleidoscopio di figure, di volti, di idee, di opinioni. Molta gente di sinistra — è tanto di moda, ormai, esserlo — a braccetto con reazionari destrorsi e cavernicoli come chi scrive. Ma, soprattutto, larga apertura di incontri e massima libertà di discorsi, di affermazioni, talvolta gridate e, qualche volta, addirittura urlate. Taluni “politici” di stretta osservanza lo hanno abbandonato forse per questo: ma il rag. Luigi Minuto continua ad incontrarsi col prof. Pompeo Cannata e con Mimmo Assereto; Cervetto procede imperterrito ad allenare intellettualmente giovani marxisti (e marxiste); Sandro Pescetto o il rag. Pino scambiano sorridenti schermaglie con Nanni Bono, il notaio Luca Giacardi o il dr. Riccardo Ricotti, Gigi Caldanzano, Mario Rossello, Raffaele Arecco, Raffaele Collina, Ercole Bianchi e i numerosi artisti estivi d’Albisola continuano a fare le loro apparizioni; e la sera, all’una — immancabilmente — i quattro moschettieri nottambuli savonesi, fanno scorta ad Angelo per la chiusura. Per la storia, essi sono: Arrigo Cervetto, il più simpatico libero-marxista-anarchico ch’io conosca; il giovane ing. Natalino Damonte, sorridente sempre e preciso come un meccanismo d’orologeria; il finto-silenzioso e sempre presente Detto Battaglia, funzionario di banca, che soltanto la notte diventa il più equilibrato e delizioso interlocutore del mondo; e, perdonate la citazione, lo scrivente. Intanto Renzo Aiolfi continua a far strage di “spuma” e ad eccitare l’humour travolgente di Stefano Del Bosco, sostenuto da Luciano, fratellino di Renzo; Jean Rigaux, il più celebre “chansonnier”, della grande “ecole de Paris” e marito di Carmen Boni diva del muto corre da Angelo non appena ha un minuto di tempo; i “Dioscuri” Bagnasco e Barabino procedono di conserva; come sempre spumano, con l’estate, il dott. Ferretti ed il comm. Giribaldi; e tante e tante signore e signorine, giovani e non più giovani, insieme a generali a riposo e vecchie coppie affollano le sedie del teatrino moderno: la TV. E tanti e tanti ancora sarebbero i nomi ed i tipi, dal rag. Galleano al sig. Ferretti, dai pensionati ai giovani “in partenza”: ma altri ambienti ci aspettano. Lasciamo dunque nella penna, per un’altra tornata, vecchie e nuove conoscenze: e lasciamo, con Angelo, la giostra dei camerieri, giovanissimi e sempre nuovi, la moglie, la cognata e le apparizioni della graziosissima Anna Maria (diciassette anni? facciamo diciotto) che, danzando e disegnando bravamente, ha agguantato, con questo caldo, il diploma di ragioniera a luglio, diventando così nostra collega…».
Il “Caffè – Pasticceria Grand’Italia” cessò per sempre la sua attività nel 1968: la Cassa di Risparmio di Savona, in quel periodo, impose infatti lo sfratto a lui e a tutti gli altri negozianti della strada, per ampliare i propri locali. A quel punto, in quella situazione, il signor Nesti giunto ormai in età da pensione, dovette chiudere per sempre il suo storico, bellissimo locale.
Giuseppe Milazzo



