Misteri di Liguria

L’ira della mummia di Pegli

Fin dall’antichità parti o secrezioni del corpo umano vengono considerate fonti di rimedi farmacologici, si credevano ad esempio di grande utilità per la produzione di medicine i capelli, la saliva e il sangue, al quale in molti casi (come ad esempio per alcuni riti magici) venivano attribuiti addirittura poteri soprannaturali. Un vero e proprio boom di questo genere di attività si ebbe nel XVI secolo grazie al rinnovato interesse verso l’archeologia e l’egittologia in particolare che favorì un intenso e proficuo traffico di reperti tra oriente e occidente dove i compratori affascinati dalle antichità provenienti dalla terra dei faraoni erano sempre più numerosi e disposti a spendere cifre anche considerevoli per accaparrarsi il reperto più raro e prezioso.

Ben presto dunque, tornò a diffondersi l’idea, già piuttosto radicata nel secolo precedente, che le antiche mummie egizie fossero detentrici di straordinarie potenzialità medicamentose arricchite dai balsami utilizzati per il processo di mummificazione e, di conseguenza, ad aumentare la richiesta di tali reperti in particolare da parte dei farmacisti. Pietro della Valle, un viaggiatore italiano riporta la descrizione di una mummia appena acquistata a tale scopo:

   “Si vedeva esser l’Huomo disteso e nudo; ma fasciato strettamente e avvolto in gran quantità di panni lini, imbalsamati con quel bitume incorporato poi con la carne, che fra di noi, si chiama mumia e si da per medicina”.

Con l’inizio del XVIII secolo, per fortuna, le concezioni mediche cambiarono profondamente ponendo fine al macabro scempio dei corpi mummificati anche se, in alcuni sparuti casi le mummie furono ancora utilizzate per condurre esperimenti destinati alla produzione di nuovi farmaci, fu così che intorno all’inizio del XX secolo tre farmacisti genovesi ne acquistarono una per le loro ricerche.

Nella maggior parte dei casi l’identità del defunto era sconosciuta, del resto, considerato il fine dell’acquisto il nome rappresentava un’informazione tutt’altro che fondamentale ma nel caso del corpo recapitato ai tre sappiamo che dalla terra del Nilo arrivò addirittura Pasherienaset, sacerdote di Iside di età saitica (VII – VI sec. A.C.).

Si narra che al termine dei loro esperimenti, e a differenza di ciò che avveniva abitualmente con la completa distruzione di ciò che restava della mummia, il corpo del sacerdote egizio fu donato dai tre ricercatori al museo di Pegli (GE), purtroppo però, le sue condizioni erano tali che i responsabili del museo decisero di rinchiuderlo in un magazzino dell’edificio che ospitava la collezione di antichità dimenticandoselo per quasi novant’anni quando, nel 1992, la presenza di quella mummia tornò ad interessare alcuni restauratori che proposero di riportare il corpo ad una condizione che ne permettesse almeno l’esposizione nelle sale del museo in occasione delle commemorazioni colombiane. Ma l’idea venne quasi subito abbandonata, forse a causa dei costi eccessivi che il restauro avrebbe richiesto e il sacerdote rimase sepolto nello stanzino che lo aveva accolto sin quasi dal suo arrivo in Italia.

Da quel momento però, molte delle iniziative programmate proprio in occasione della ricorrenza dedicata al grande navigatore ligure fallirono per i motivi più incredibili, al punto tale che qualcuno iniziò ad imputare al trattamento riservato alla mummia di Pegli la responsabilità di quanto stava accadendo.

Si scelse dunque di procedere al restauro ed oggi il sacerdote di Iside giace nella sua teca nel museo di archeologia ligure di Pegli (villa Durazzo-Pallavicini) circondato dai suoi ornamenti e il rispetto che gli e dovuto.

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