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La prima manifestazione del Primo Maggio a Savona

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Il 20 luglio 1889, a Parigi, nel corso del Congresso della Seconda Internazionale, fu indicata ai lavoratori di tutto il mondo la data del successivo 1° maggio per attuare una manifestazione di protesta, in ogni nazione del globo, contro lo sfruttamento attuato dal ceto capitalista sulle masse operaie: «Una grande manifestazione internazionale sarà organizzata per una data stabilita oggi, una volta per sempre», si affermò in quell’occasione, «in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso Internazionale di Parigi». La decisione di celebrare solennemente la Festa dei Lavoratori fu assunta riprendendo una proposta che era stata avanzata pochi mesi prima, nel novembre del 1888, nel corso di un congresso internazionale socialista che si era tenuto a Londra, dal Deputato belga Eduardus Camillus Anseele (Ghent, 26 luglio 1856 – Ghent, 18 febbraio 1938), rappresentante del Partito Operaio del suo Paese.
La scelta di celebrare la Festa dei Lavoratori in quella data fu presa per ricordare gli eventi che erano accaduti tre anni prima, il 1° maggio 1886, a Chicago: in quel giorno, infatti, negli Stati Uniti, era stato indetto uno sciopero generale per protestare contro le condizioni di miseria e l’assenza dei diritti in cui giacevano i lavoratori americani; il successivo 3 maggio, poi, nel corso di un comizio, la polizia di Chicago aveva sparato sui dimostranti, provocando la morte di sei manifestanti ed il ferimento di molti altri; il giorno seguente, quindi, sempre a Chicago, durante una grande manifestazione operaia svoltasi in piazza Haymarket, qualcuno aveva lanciato una bomba contro i poliziotti, causando la morte di uno di essi: per reazione la polizia aveva cominciato a sparare sugli operai, reprimendo quella manifestazione nel sangue e cogliendo così l’occasione per scatenare un’ondata di arresti senza precedenti nei confronti di tutti gli attivisti del movimento sindacale e operaio; tutte le organizzazioni anarcosindacaliste erano state messe al bando e vietate le loro pubblicazioni; analogamente, erano state proibite tutte le riunioni di operai, con il pretesto di «prevenire eventuali attentati».
Per la prima volta, dunque, in virtù della decisione di Parigi, si sarebbe celebrata in tutto il mondo la festa del Primo Maggio.
Anche a Savona ci si adoperò attivamente per poter giungere nella maniera migliore a questo importante appuntamento. I dirigenti del Fascio Operaio di Savona – Giuseppe Cava, Angelo Moneta e Leonardo Zino – non persero tempo e si diedero da fare moltissimo, nelle settimane precedenti quel 1° maggio 1890, per pubblicizzare quell’iniziativa tra gli operai e i portuali della città. Il Fascio Operaio presieduto da Cava giunse addirittura a far pubblicare un appello sul giornale savonese Il Cittadino il 16 aprile nel desiderio di raggiungere il maggior numero di lavoratori: «Il Fascio dei Lavoratori di Savona invia una circolare alle associazioni di mutuo soccorso di Savona invitandole ad aderire alla manifestazione del Primo Maggio, per reclamare la giornata di lavoro di otto ore. Con la medesima, si invitano a delegare due rappresentanti per riunirsi la sera del 22 aprile alle otto nella sede del Fascio in via Pia n. 17 (in faccia al Municipio)».
Quel primo tentativo di organizzare la Festa dei Lavoratori in Italia si risolse in un sostanziale fallimento. Nei giorni successivi, infatti, il capo del governo Francesco Crispi inviò ai prefetti del Regno una circolare con cui ordinò che fosse impedita ogni adunanza o dimostrazione pubblica in occasione del Primo Maggio, ingiungendo altresì di reprimere con la forza qualsiasi violazione della legge fosse stata posta in atto. Di conseguenza, il 28 aprile 1890, il Sottoprefetto Luigi Maisis fece affiggere per le vie di Savona un manifesto nel quale, valendosi delle facoltà conferitegli dalle leggi di Pubblica Sicurezza, comunicò che erano «vietate, per ragioni d’ordine pubblico, tutte le processioni o passeggiate collettive sulle vie e piazze pubbliche, gli assembramenti e le riunioni in luoghi pubblici che si volessero tenere allo scopo di concorrere alla manifestazione del Primo Maggio, così in quel giorno, come nei successivi. A carico dei contravventori si procederà a termini di legge».
Alcuni giorni dopo, il 27 aprile del 1890, come testimoniò Il Cittadino, «il triumvirato del gruppo socialista si presentava al Delegato Capo di Pubblica Sicurezza per avere il permesso onde tenere un pubblico comizio. Rispondeva il Delegato Capo che gli ordini del Ministero non ammettevano eccezioni e che perciò ogni riunione pubblica era assolutamente vietata per il Primo Maggio e seguenti». Di fronte a quest’intimazione, il gruppo socialista fu costretto a comunicare che «l’adunanza» del primo maggio avrebbe avuto «luogo, in forma privata, nella sala del Club Operaio nel borgo di Lavagnola».
I propositi di Crispi furono così coronati da successo: «A Savona la giornata del Primo Maggio passò tranquillissima e nessun operaio abbandonò il lavoro; di scioperanti per le vie non se ne videro». In qualche fabbrica ligure, va comunque rilevato, si verificarono delle parziali e limitate astensioni dal lavoro.
Targa via Cava
Anche l’anno successivo, alla fine di aprile del 1891, in base alle disposizioni ministeriali ricevute da Roma, fu emanato a Genova un decreto dal Prefetto Municchi con cui venne espressamente vietato di organizzare cortei, comizi o manifestazioni pubbliche per celebrare l’imminente Festa dei Lavoratori. Come avvenuto l’anno precedente, quindi, fu affisso un manifesto per le vie di Savona in cui, in considerazione dell’art. 8 della Legge n. 6144 sulla Pubblica Sicurezza del 30 giugno 1889, veniva decretato: «le processioni intese a solennizzare le manifestazioni dei lavoratori pel Primo Maggio sono vietate, qualunque sia il giorno in cui si volessero fare».
Ciononostante, il 1° maggio 1891, seguendo l’invito rivolto dall’anarchico Luigi Galleani, i lavoratori di tutta la Liguria decisero di astenersi in massa dal lavoro. Il pane, in quei giorni, era fortemente rincarato e il problema della disoccupazione si faceva avvertire in maniera sempre più pesante. Finalmente, si poté così celebrare, e con successo, la festa dei Lavoratori.

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Giuseppe Cava nel 1894

A Savona, l’organizzazione della manifestazione fu promossa da Giuseppe Cava, quale Presidente del Fascio Operaio: «Il Fascio socialista dei lavoratori, con un manifesto su carta bianca che abbiamo visto appiccicato ai muri, invita gli operai ad un’adunanza in piazza Paleocapa» (l’odierna piazza Mameli) «per domani alle due pomeridiane» annotò Il Cittadino. Il Consolato della Consociazione Operaia, invece, si limitò ad invitare «con un manifesto tutti i soci delle Società consociate ad una solenne adunanza per la sera del 1° maggio, onde partecipare alla pacifica Festa Internazionale del Lavoro che si terrà nella sala della Fratellanza Operaia alle otto di sera in via Pertinace n. 3 interno 2».
Piazza Mameli in un'immagine del 1887
Piazza Mameli in un’immagine del 1887

Di come si svolsero le cose in quella storica giornata abbiamo testimonianza dalle cronache di tre giornali: Il Cittadino, L’Epoca, Il Secolo XIX e Il Caffaro. Leggendo quegli articoli possiamo così scoprire come Giuseppe Cava fu uno dei protagonisti assoluti di quell’evento. «La giornata di ieri è passata abbastanza tranquilla» scrisse Il Cittadino. «Le autorità avevano spiegato grandi forze sin delle prime ore del mattino. Vari picchetti armati furono disposti in diverse località; per le vie destavano la pubblica curiosità pattuglie di Carabinieri, di guardie di Questura e di finanza», «con tanto di revolver al fianco», annotò Il Secolo XIX, che «perlustravano le strade principali della città in cerca di manifestanti. Nell’interno dello stabilimento Tardy e Benech una compagnia del XXIX Fanteria e numerosi Carabinieri stavano in attesa degli eventi. Qualche gruppo di disoccupati tentò d’impedire agli operai di recarsi al lavoro, ma nulla d’importante e di serio avvenne. Alle dieci del mattino la truppa rientrò in quartiere: la città era tranquillissima». E Il Cittadino: «Nessun opificio venne chiuso, essendosi tutti gli operai presentati al lavoro. Alle ore due ebbe luogo l’annunciato comizio in piazza Paleocapa» (l’odierna piazza Mameli) «promosso dal Fascio socialista dei Lavoratori. Erano presenti circa 800 persone fra operai e curiosi di tutte le condizioni sociali». «Due compagnie del XXIX Fanteria erano nel cortile della Banca Nazionale» testimonia ancora Il Secolo XIX. E Il Cittadino: «Al di fuori dei portici del palazzo della Banca Nazionale era stato collocato un tavolo per la presidenza. Attorno ad esso una fitta siepe di delegati, di Carabinieri, di guardie» di pubblica sicurezza e di finanza, scrisse L’Epoca, «con indegna provocazione ed in mezzo ai più disparati commenti della folla che biasimava tanto contegno». Finalmente la manifestazione ebbe inizio: «Salì per primo sul tavolo l’operaio Lattuada» (un falegname), che, come registra Il Secolo XIX, «alle due e un quarto dichiarò aperto il comizio e invitò i presenti ad eleggersi un Presidente: venne acclamato il tipografo Angelo Moneta, assente, quindi il disoccupato Giuseppe Cava, pure assente, infine il Lattuada assunse lui la presidenza, tenendo un discorso assai moderato; gli succedette l’operaio Zoli», che, secondo Il Cittadino parlò «in senso anarchico; parlarono poscia Ettore Baldino, Direttore de Il Vero», a nome della stampa e in difesa degli operai, «e Zavoli» (del Circolo Giuseppe Mazzini) «in senso repubblicano», «quindi Giuseppe Cava, giunto in quel momento», come attesta Il Secolo XIX, che si espresse, secondo Il Cittadino, «in senso anarchico». Cava tenne un violento discorso che fu più volte interrotto dal funzionario di P. S. di servizio. Per Il Cittadino, ad ogni modo, «alla distanza di pochi metri non era possibile capire il senso dei discorsi a causa del frastuono causato dal passaggio dei veicoli, le grida dei ragazzi e l’esile voce degli oratori. Il comizio ebbe termine con ordine e tra gli applausi e gli evviva ai lavoratori del mondo» «alle due e tre quarti», per Il Secolo XIX, con l’approvazione di un «ordine del giorno proposto dalla Presidenza». Dopo di ciò «il Lattuada dichiarò sciolto il comizio». Terminata la manifestazione, si formò un corteo che attraversò le strade di Savona, come testimonia Il Cittadino: «Verso le cinque un gruppo di anarchici, tra cui pochissimi Savonesi, passò pel corso Principe Amedeo e dinanzi alla birreria Chianale emise grida di “Abbasso l’esercito”, “Abbasso gli sfruttatori” e “Viva il Primo Maggio”. In via Pia i dimostranti incontrarono una pattuglia di guardie ed emisero le solite grida. Accorse un picchetto di soldati, ma i dimostranti già avevano presa la via per la salita di San Giacomo cantando l’Inno dei Lavoratori. Alle ore otto di sera ebbe luogo l’adunanza promossa dal Consolato della Consociazione operaia, nel locale della Fratellanza Operaia in via Pertinace n. 3 interno 2. Presiedeva il Console Nicolò Duce» (di professione intagliatore, come annotò L’Epoca). «La vasta sala era affollatissima e molta gente stazionava in via Pertinace. Parlarono, applauditissimi, Zavoli, Cava, Baldino, Zoli e Moneta Angelo, il quale propose un ordine del giorno che venne approvato per alzata di mano affermante i diritti dell’operaio, l’abolizione della proprietà individuale e la limitazione della giornata ad otto ore di lavoro»; secondo L’Epoca, si inneggiò anche al socialismo e alla Festa del Lavoro. «L’adunanza si sciolse col massimo ordine, tra gli applausi e gli evviva ai lavoratori di tutto il mondo. In via Pertinace vi furono grida di “Abbasso gli sfruttatori”, “Viva la rivoluzione sociale” e “Viva il Primo Maggio”, ma la dimostrazione non ebbe seguito e i dimostranti si sciolsero pacificamente senza l’intervento della forza pubblica. E così ebbe fine la dimostrazione operaia che riuscì abbastanza calma, pacifica ed ordinata».                                                                                                                          Giuseppe Milazzo

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