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Una testimonianza dal Festival di Sanremo: il commento di Sandro Ciotti alla morte di Luigi Tenco

Sandro Ciotti (Roma 1928, ivi 2003)  non fu soltanto un aedo insuperabile di calcio ed eventi sportivi. La sua formazione musicale che lo portò ad essere un eccellente violinista si riverberò anche nella sua attività di giornalista. Da inviato per la radio seguì una quarantina di Festival di Sanremo, commentando con acutezza e ironia le esibizioni dei cantanti e i contenuti dei testi. Egli stesso, del resto, fu autore di alcune canzoni come “Volo”, composta per Peppino Di Capri o “Veronica” per Enzo Jannacci.
Conobbe e intervistò anche Luigi Tenco.  Dopo la notte del 27 gennaio 1967 in cui il cantautore piemontese di nascita ma artisticamente e culturalmente ligure si tolse la vita, quello di Sandro Ciotti fu il commento più intenso e commosso. Ma anche quello maggiormente lucido. Egli fu infatti il primo a mettere in dubbio la versione ufficiale dei fatti anche se ovviamente era troppo presto per dubitare circa la vera causa della morte di Tenco. Ecco l’intervento di Sandro Ciotti all’interno del GR del 28 gennaio 1967 (si ringrazia RaiTeche)

– Questo Festival di Sanremo ha avuto una macchia triste. Ciotti?
– Sì, eccomi.
– Io so che tu eri amico, buon amico, di Luigi Tenco.
– Sì.
– Vorrei che tu ce lo ricordassi un attimo. E poi vorrei che ci dicessi se veramente, insomma, il valore di una canzone, se una canzone può valere una vita. Si è parlato di protesta, di tante cose. Il suicidio è una parola addirittura innominabile, che fa spavento, va bene? Si può arrivare a tanto, per il mondo della canzone?
– Io assolverei il mondo della canzone da quanto è accaduto. Per quanto c’è un mondo della provvisorietà, che costituisce una chiave indubbiamente importante, invadente. Un cantante intelligente si rende conto appena entra in questo ambiente che la provvisorietà è appunto il connotato forse più ricorrente del mondo della canzone. E tuttavia non ritengo che Tenco abbia fatto quello che ha fatto solo perchè ha perduto a Sanremo. Sarebbe una spiegazione prima di tutto troppo semplicistica e poi che offenderebbe l’intelligenza che senza dubbio Tenco aveva. C’è piuttosto da dire questo, che a prescindere dall’ambiente nel quale Luigi ha vissuto, lui ha cercato nel modo più sbagliato e più doloroso, più impietoso verso se stesso e gli altri, la strada per raggiungere la serenità che ha cercato invano per 29 anni.

 

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