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Gli stadi di ieri

Alla finale del primo campionato italiano di calcio, giocato a Torino in una sola  giornata l’8 maggio 1898 assistettero  153 persone sistemate su una  rudimentale tribuna di legno. Cornice che divenne abituale nei primi vent’anni del nuovo secolo: chi non  trovava posto sulla tribunetta seguiva la partita in piedi, a bordo campo. Solo una cordicella divideva il pubblico dai giocatori. Gli spogliatoi?  Un capanno di legno, se c’era. Altrimenti si arrivava già vestiti: mutandoni e scarpe chiodate  comprese. A Roma i pionieri della Lazio risolvevano il problema della doccia tuffandosi nel Tevere.
Quando la federazione ha la bella pensata di riunire i migliori giocatori italiani in una nazionale- nel 1910 – l’unico stadio adatto per accogliere un pubblico un po’ più numeroso è l’Arena di Milano, monumento alla grandeur napoleonica, datato 1805
Solo negli anni Dieci sorgono impianti vagamente somiglianti a stadi, in grado di ospitare quattro-cinquemila spettatori: l’Inter si trasferisce al campo di via Goldoni, la Juventus in via Marsiglia, il Bologna allo Sterlino, la Lazio alla Rondinella. Ma è alla metà degli anni Venti, quando il regime fascista comprende quale valore può avere lo sport popolare come veicolo di propaganda, che il calcio diventa un fenomeno di massa.
Tra il 1926 e il 1934, l’anno dei Mondiali italiani, sorgono i primi grandi stadi: il Littoriale a Bologna, San Siro a Milano, il Filadelfia e il Comunale a Torino, lo stadio del PNF e quello di Testaccio a Roma, l’Ascarelli a Napoli, il Berta a Firenze. Si calcola che nel 1930 i campi costruiti dai comuni fossero circa 2.500. Di questo enorme progetto restano  ancora oggi tracce visibili. Molti dei grandi stadi sorti in quel periodo sono tuttora utilizzati (si pensi a San Siro e agli stadi di Bologna e Firenze). Altri invece sono stati accantonati. Storie di un calcio che non c’è più.
 

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