La difficoltà nel trasporre teatralmente i Promessi Sposi non consiste nel passaggio dalla narrativa al teatro, peraltro aiutato dalla scrittura dell’autore, così densa di colore da apparire naturalmente scenica, bensì nel mantenere intatta la vita poetica che pervade ogni pagina del romanzo. Lo spettacolo cerca di ridurre questa distanza, trasformando la struttura diegetica in dettato epico, grazie alla presenza di Giuseppe Pambieri, che riveste i panni di Alessandro Manzoni, regalando una vita teatrale alle parole del capolavoro. La verosimiglianza tra autore e interprete arriverà alla perfetta coincidenza al momento della conversione dell’Innominato, elemento centrale di questa perfetta architettura narrativa. Nell’anno giubilare, questa trasposizione manifesta l’essenza più profonda di una spiritualità che trova la sua necessità nell’anelito di ogni essere umano nei confronti del trascendente. L’amore contrastato di Renzo e Lucia, la saggezza popolare di Agnese, la figura grottesca di Don Abbondio, l’arroganza aristocratica di Don Rodrigo, la capacità di spendersi per gli umili di fra Cristoforo, la complessità tenebrosa della monaca di Monza, la struggente figura di Cecilia che rappresenta l’impotenza degli uomini di fronte alla morte: tutto si iscrive in una progettualità ineluttabile, frutto di un disegno misterioso, eppure riconducibile all’imperfetta commedia umana.






