Sono lacrime ma sono quelle belle, che profumano di gioia, di liberazione, di vita. L’Italia è Campione d’Europa, non accadeva da una vita: 53 anni, quando la TV era in bianco e nero, quando c’erano il Cantagiro, i film di Franco e Ciccio, lo stipendio medio era di 120 mila lire mensili, il caffè costava 70 centesimi e la società era frustata dalla contestazione giovanile. Anni in cui sarebbe stato bello esserci se non altro per vivere gli anni ’60 a colori. Direte….mah tutto questo per una partita di calcio? Sì perchè in Italia il calcio ha un potentissimo valore identificativo, è la ragione per cui ci stringiamo davvero a coorte, pronti alla morte più per una finale internazionale che non per scendere in piazza e difendere i nostri diritti. Paradossale ma è così. Questo però è un trionfo particolare, diverso da quelli del 2006 e del 1982 ai Mondiali dove il contesto era di normalità; oggi stiamo vedendo la luce fendere le tenebre e quel “Zephiro che il bel tempo rimena” di petrarchesca memoria sembra indicarci la via d’uscita da un anno e mezzo di terribile quotidianità fatta di ferali notizie, numeri e….lacrime, già….quelle brutte, però, quelle che profumano di morte, di male, di paura. Ecco perchè questo deve essere il giorno simbolo della risurrezione della vita. L’Italia è scesa in strada avvolta da un unico abbraccio dalle Alpi al Mediterraneo per celebrare se stessa perchè è stata una grande fatica arrivare fino a qui.







