Alcuni anni fa acquistai quasi per caso una copia del libro “Domina Maris”, edito da P. de Fornari e C. nel 1934 per la Lega Navale Italiana. Una curiosa raccolta di antiche leggende, legate al mare della Liguria interessantissime; episodi che oggi sono stati in buona parte dimenticati, riproposti poco meno di un secolo fa nella loro forma originale da Amedeo Pescio, storico e giornalista d’inizio Novecento, capo cronista per Il Secolo XIX di Genova, oltre che grande appassionato e divulgatore di tradizioni e leggende, che, tra le altre cose formò una nutrita raccolta di ritagli di giornale ancora oggi conservata nella Biblioteca Gian Luigi Lercari del capoluogo Ligure.
Il libro di Pescio è una vera manna per tutti gli appassionati di leggende liguri a cui consiglio vivamente di procurarsene una copia (in rete è possibile trovarne ancora alcune ristampe a prezzi tutto sommato accessibili), così, per l’appuntamento di questa settimana con Misteri di Liguria su 104News ho scelto di proporvi quella della Maimona, una delle più antiche e forse meno conosciute tra le oltre cinquanta contenute nel testo…
Si faceva risalire all’anno della Meloria, la leggenda della Maimona. Costei sarebbe stata un’umile e fiera donna del popolo, svisceratissima della patria, meglio conosciuta, se mai, col più cristiano nome e qualificativo di Maria Buona. La povera popolana abitava alla Marina, in una casupola, non lontana dai truogoli, cui le massaie di tutti i tempi portavano a lavare la biancheria e panni d’uso, nonchè un prepotente e legittimo desiderio di far quattro chiacchiere – e talora quaranta – colle buone comari, che han diritto di sapere perchè la figlia della Rossa sfoggi quel lusso scandaloso e perchè il nipote birbo dell’Agnese bazzichi tanto in casa dell’Orientina.
Una nottaccia del 1284, i Pisani sarebbero improvvisamente sbarcati in Genova, proprio alla Marina, e chi sa che sconquasso, ne sarebbe capitato, se Maria Buona, la quale – povera donna! – lavava ancora o non dormiva del tutto, udito il tramestio, e scorti quei toscanacci, non fosse insorta a urlare disperatamente, con quel pò pò di voce che le invidiava il cintraco e che avrebbe potuto far risparmiare quei molti che volle mastro Guglielmo Montaldo, per fondere il campanone di Palazzo.
– I Pisani! I Pisani!! – Corri corri, picchia ammazza bestemmia…San Sisto fece a pochi la grazia di lasciarli scappare: i più rimasero, tagliati a pezzi, a cercarsi la testa che ragionava coi piedi, e le braccia andate in perdizione, e la mano tuffatasi coll’anello di monna Laudomia a sposare il mare.
Ai truogoli si lavò da scuro a scuro per ridare il bianco alle camicie dei satanassi che s’eran cavati il sonno a infilzar que’ pipistrelli di Pisa, e si disse, naturalmente, quel molto di bene dettato dalla riconoscenza, a proposito di Maria Buona e del suo allarme che, se aveva inzaffardati giubboncelli e gabbani (ch’or volevano sapon di gomito), certamente poteva dirsi che aveva salvata Genova.
Meritava una statua, la Maria Buona, e la leggenda compiacente disse che le fu eretta per davvero, e la mostrò fino al secolo XVII, tutta deturpata e corrosa, sul molo Vecchio.
Maria Buona era diventata la Maimona, e poichè il tempo che sciupa anche i volti più freschi delle madonnine vive, non aveva conservato alla vecchia statua dell’eroina, quella bellezza che lo scultore non aveva potuto darle, la Maimona era diventata sinonimo di bruttezza, oggetto di spauracchio.
Dicevasi ai bambini: “Ti farò prendere dalla Maimona… Ora ora, vien la Maimona!”, e di vecchia litigiosa, di nonna irosa contro i persecutori di bella nipote; d’una sdentata e rattrappita brontolona, i monelli – e le monelle – giudicavano allegramente: “Sembra la Maimona!”
Oltre la statua – affermava la leggenda – ebbe dai Capitani del Popolo, anche una pensione, ma la critica storica finalmente insorse contro il racconto del popolo. aveva lasciato dire e dire per cinquecent’anni, per il buon motivo che non era ancor nata a guastar tante belle favole e a condannare, innocente, qualche genuina verità…






