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L'abbazia di Ferrania

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A Ferrania, nel comune di Cairo Montenotte, seminascosto in un panorama naturale di singolare bellezza, sconosciuto ai più, esiste un autentico gioiello antico di oltre nove secoli. Osservando dall’alto il perimetro del piccolo borgo San Pietro si può infatti individuare la struttura di quella che fu, un tempo, l’abbazia di Ferrania.
Si tratta di uno dei luoghi sicuramente più antichi e ricchi di storia della nostra provincia. Il primo documento che ci attesta l’esistenza di questo complesso risale infatti al 5 gennaio del 1097 e fu rogato a Cairo dal notaio «Sacri Palatii» Quintino; in virtù di esso i monaci fedeli alla regola di Sant’Agostino, titolari della Canonica della Vergine Maria, di San Pietro e San Nicolò a Ferrania, furono fatti oggetto di una cospicua donazione da parte del Marchese Bonifacio Del Vasto (discendente di Aleramo e capostipite dei Del Carretto) e del nipote di questi, Enrico; le proprietà di cui i monaci assunsero il controllo comprendevano i terreni circostanti la località di Ferrania che confinavano con il luogo chiamato la Casa dell’Eremita («omnes res iuris nostri que sunt in Valle Burmida et iacent ad locum ubi dicitur Ferranica et in Valle Rio Plano»), le case, i terreni e le vigne con le cappelle esistenti a Saliceto e a Carretto, e due tenute agricole (“massaritiam”), la prima esistente a Cairo e l’altra a Clavesana. Questo primo nucleo si amplierà in seguito con l’aggiunta di nuovi territori: il 16 novembre 1111, infatti, Bonifacio del Vasto concesse all’abbazia il priorato di Biestro, assegnandole altresì i diritti che esso poteva vantare a Carcare, Cosseria e Millesimo. Intorno all’abbazia di Ferrania si sarebbe successivamente costituito, con il passare degli anni, un immenso patrimonio comprendente numerose chiese, cappelle, monasteri, fondazioni eremitiche, collegiate di canonici, terreni e perfino due ospedali, variamente distribuiti su di un vastissimo territorio, esteso nelle diocesi di Alba, Asti, Alessandria, Vercelli e Savona.
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L’atto del 1097, purtroppo, non è stato mai rintracciato, anche se ne si conosce la trascrizione, conservata presso l’Archivio di Stato di Savona. In quell’epoca, ovviamente, la struttura doveva esistere già da qualche tempo, anche se, purtroppo, non siamo in grado di fissare con precisione l’atto di nascita dell’abbazia e della annessa chiesa. Tra le tante ipotesi che sono state avanzate al proposito, non corroborate da documenti, ci sono quelle che vorrebbero che la fondazione dell’abbazia debba esser fatta risalire ai Re dei Longobardi Ariperto (intorno al 707) o a Liutprando (nel 725) che si sarebbero installati sui resti di un antico “castrum” di epoca romana. Secondo un’altra versione, l’abbazia potrebbe anche esser stata costruita (o ricostruita, forse dopo un’incursione saracena) da Aleramo (nella seconda metà del X secolo) o da Adelasia, regina d’Italia e moglie dell’Imperatore Ottone I. I resti più antichi che sono stati scoperti a Ferrania indurrebbero comunque a ritenere che i monaci abbiano iniziato a vivere e a lavorare in questo luogo solo intorno all’anno Mille. È certo che l’abbazia fosse a quel tempo collegata con alcune strade che la univano a Savona e ad Albisola, anche se è oggi purtroppo impossibile individuare con precisione la viabilità antica, essendo stata alterata dalla costruzione delle vicine industrie chimiche in epoca recente.
Tra le figure, avvolte nella leggenda, dei primi prevosti di Ferrania si ricordano i nomi di Pietro Grossolano, Azzone, Oggero, Guglielmo e Tommaso di Santa Giulia.
All’interno dell’Abbazia, nel XII secolo, si ritirò a vivere Agnese di Poitiers che, rimasta vedova, aveva sposato il cugino Ildefonso, Re di Galizia; alla morte di questi la nobildonna si ritirò a vivere a Ferrania; alla sua morte fu sepolta all’interno dell’abbazia, come testimonia la lapide funeraria tuttora esistente che così recita:
“Hac recubant fossa matris venerabilis ossa
cui(us) erat patulu(m) vita boni speculu(m)
Haec pictavorum comitu(m) stirps nobilioru(m)
pulcra fuit specie nurus Adalasiae
(defu)nco(que) viro multo post or(di)ne miro
(mun)du(m) de (servit) H(icque sepulta fuit).
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Nel 1179 fu sottoposto al controllo dell’abbazia di Ferrania l’ospedale di Fornelli e l’annessa chiesa di Santa Maria a Pallare. Nel 1210, con l’emissione di un’apposita bolla pontificia, richiamandosi a quanto scritto in un’altra bolla del 1184 e confermandone il contenuto, papa Innocenzo III pose sotto la protezione apostolica l’Ordine canonico degli agostiniani di Ferrania e i beni dell’abbazia medesima, redigendone un preciso elenco. Il tutto fu confermato il 27 settembre 1245 da papa Innocenzo IV: in quel periodo Ferrania possedeva 5 pievi, 23 chiese, due ospedali, 4 villaggi nonché beni e diritti di decime su di una dozzina di località ubicate tra la costa ligure ed il basso Piemonte. Fu questo, indubbiamente, il periodo di maggior espansione politico-economica dell’abbazia. Nel 1347 i Del Carretto entrarono in contrasto con la famiglia Scarampi a causa di un taglio abusivo di boschi esistenti a Prato Manchetto, nel territorio di Montenotte. La lite si sarebbe alla fine risolta in favore degli Scarampi con la mediazione dell’arcivescovo di Genova. Alla fine del Trecento, infatti, essendo venuti a mancare i canonici di Sant’Agostino e poichè la canonica della Vergine Maria, di San Pietro Apostolo e di San Nicolò si trovava in stato di grave abbandono, papa Bonifacio IX decretò la soppressione dell’abbazia e decise di elevare in commenda la gestione dell’abbazia di Ferrania. In quegli anni, infatti, la Santa Sede aveva iniziato a seguire la consuetudine di sottrarre il controllo dei monasteri agli abati o ai vescovi locali, assumendone essa stessa la gestione, in maniera diretta. Essendo morto a Roma Matteo Del Carretto, ultimo prevosto dell’abbazia, il papa sfruttò quest’argomento per privare i monaci di ogni controllo sull’amministrazione dell’istituzione religiosa. Nel 1401, poi, papa Bonifacio IX affidò ad Antonio Scarampi e ai suoi eredi la commenda dell’abbazia di Ferrania. Antonio Scarampi (figlio di Bonifacio della linea Gioannone Scarampi) apparteneva ad una ricca famiglia di banchieri di Asti che aveva acquisito il titolo nobiliare e che si era trasferita a vivere a Cairo dopo che, nel 1337, aveva acquisito i feudi di Cairo, Rocchetta, Cortemilia e Carcare. Antonio Scarampi si impegnò a restaurare tutti gli edifici a quel tempo già esistenti e in cui va oggi individuato l’odierno Borgo, mentre Bartolomeo Scarampi e i suoi fratelli avrebbero invece restaurato la chiesa e undici abitazioni civili. Già allora, infatti, risultavano essere esistenti gli edifici posti di fronte alla chiesa ed al fondo della corte, costituenti la Corte Centrale. Si delineò così pienamente la struttura dell’abbazia di Ferrania (oggi ben riconoscibile in borgo San Pietro) che, nonostante il passare dei secoli, ha conservato intatto il suo impianto originale, essendosi successivamente trasformate in abitazioni i vecchi immobili dell’antico convento. Sugli edifici restaurati furono posti gli stemmi della famiglia Scarampi, uno dei quali è tuttora visibile sull’ultima casa in fondo alla piazza, a sinistra della porta d’uscita dal Borgo.

Stemma della famiglia Scarampi
                                               Stemma della famiglia Scarampi

Nel 1747, essendo venuto a morte Innocenzo Reinaldo Scarampi Crivelli, l’ultimo discendente maschio della famiglia, ebbe inizio la lite tra gli eredi figli delle discendenti femminili della famiglia Scarampi; la lite si risolse alla fine con l’attribuzione della Commenda, ormai ridotta allo stato laico e aggregata all’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, da parte di Papa Benedetto XIV e con il placet del Re di Sardegna, a Giuseppe Maria Ottone Ponte, conte di Scarnafigi, figlio, appunto, di una Scarampi, che divenne così commendatario dell’abbazia il 6 novembre 1747. Egli, nell’occasione, fece una permuta dei beni da lui posseduti a Fossano con i beni esistenti a Ferrania. Non avendo anch’egli alcun erede maschio, la Commenda e i suoi beni passarono alla sua morte a Vittorio Amedeo Sejssel D’Aix, marchese di Sommariva del Bosco, figlio di una sorella di Giuseppe Maria Ottone Ponte: egli ne assunse formalmente il controllo il 29 marzo 1799, in virtù di una sentenza camerale. Successivamente, con decreto del governo repubblicano di Torino emesso il 19 marzo 1801, il marchese cedette sei ville che, fino ad allora, avevano fatto parte dell’abbazia e commenda dell’ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, all’epoca soppressa. Quindi, il 14 novembre 1807, con atto rogato dal notaio Antonio Gatti di Torino, egli cedette le due ville e la cappella di San Saturnino di Savona al signor Giuseppe Negrotto, figlio del fu Gregorio Negrotto, di Varazze. Nel 1818 Vittorio Amedeo Sejssel D’Aix vendette infine ciò che aveva ricevuto vent’anni prima e che era ancora in suo possesso al marchese Marcello Luigi Maria Durazzo, patrizio genovese, uomo di grande impegno sociale e culturale, che si preoccupò immediatamente della cura di questa sua nuova proprietà. Nel 1848 la tenuta passò in eredità a sua figlia Nicoletta e quindi al figlio di questa, Marcello De Mari, che diede grande impulso all’attività agricolo-forestale del luogo.
Giuseppe Milazzo

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