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La fine della Savona "rossa" e la crisi del Partito democratico. Che fare? Briano ci ripensi e si assuma le sue responsabilità. E poi largo ai giovani (se ci saranno).

C’era una volta una città rossa. Talmente rossa che quelli che non stavano nel Partito comunista non ci provavano neppure a vincere le elezioni. Quella città era Savona.
Poi arrivò un galantuomo che si chiamava Francesco Gervasio. Non era un uomo di destra, era semplicemente un appassionato della vita. Anche pubblica. Vinse le elezioni sotto le insegne del Polo delle Libertà contro un altro galantuomo, Aldo Pastore. Era il 1994 e l’onda del primo berlusconismo sembrava inarrestabile.
Fu un buon sindaco, Gervasio. Ma la rivincita fu ancora rossa. La volta successiva toccò a Carlo Ruggeri. Anche lui un buon sindaco.
La lezione di quel 1994, tuttavia, avrebbe dovuto dire qualcosa ai democratici (figli, per lo più, di quel Pci-Pds-Ds) di oggi. Invece niente.
Lacerazioni, scontri, personalismi, rancori e miserie hanno schiantato il Pd. Ed hanno consentito la vittoria addirittura della Lega Nord, un partito che a Savona, storicamente, aveva ambito, al massimo, agli ottavi di finale del campionato di Subbuteo.
Ora il Pd, e ciò che resta della Savona rossa, sono di fronte a un dramma: l’attraversata di un lungo deserto (minimo, visti i numeri, cinque anni di marcia) e l’opposizione in un consiglio comunale che vede all’opera una minoranza frammentata e, sostanzialmente, ininfluente. Ma, soprattutto, la necessità di ricostruire un partito demolito, ancora una volta, dalle ambizioni, dai personalismi e dalle mascalzonate.
Dall’ombra della foresta di Sherwood la vediamo come segue.
Fulvio Briano, già segretario provinciale, ci ripensi. Ha portato lui il partito in questa situazione e, dopo il beau geste delle dimissioni, si assuma le sue responsabilità e lo traghetti verso i futuri assetti.
Barbara Pasquali, segretaria cittadina, non si è sottratta alle sue responsabilità (che sono, a dire il vero, assai poche). Dunque, chapeu.
Livio Di Tullio, già vicesindaco, non può più far danni. Ed è, questa, una delle poche buone notizie.
Luca Martino, uno dei tanti capri espiatori di un partito ingeneroso, dovrà vedersela con i giudici per una faccenda legata al fallimento del Savona Calcio e al suo ruolo di amministratore pubblico. Niente di che. Se la caverà, perché nulla ha fatto. Ma per un po’ anche lui sarà fuori dai giochi.
Da chi ricomincerà la (ex) Savona rossa?
Un paio di nomi io ce li avrei. Ma evito di farli, per ovvie ragioni.
Ma non basteranno, quei nomi. Se intorno a loro non riprenderà il volo la città solidale, bella, partecipata che abbiamo conosciuto anche noi di Sherwood.
Ci saranno cinque anni di tempo. Che in politica sono un’era geologica.
Dunque, la palla passa inevitabilmente ai giovani. Ammesso che qualche giovane abbia voglia di mettersi in gioco.
Perché la politica è una cosa bella, che ti fa sentire bene, perché ti consente di lavorare per gli altri.
Gli altri che sono la tua famiglia, i tuoi amici, i tuoi vicini di casa, e tutte le persone che incontri per strada. Ma è anche un lavoro dannatamente faticoso, la politica.
Soprattutto oggi, che siamo circondati da nullità che poco sanno, poco fanno e molto criticano.
Non sarà né facile né breve la traversata del deserto. Ma ci sarà.
Io, col carico di anni che ho, spero solo di riuscire a vedere come andrà a finire.
 
 

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