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70 anni fa Superga. Guido Vandone, epigono di Valerio Bacigalupo, racconta quel giorno


“Valerio era un tipo gioioso, molto simpatico, solare, con un bel sorriso”

E’ rimasto un atleta, soprattutto dentro. Guido Vandone oggi ha 89 anni ed una vitalità degna di quella di un ragazzo. Epigono di Valerio Bacigalupo, anch’egli portiere, è tra gli ultimi testimoni che salirono a Superga dopo il disastro aereo del 4 maggio 1949. Questa è la storia di un ragazzo che a tredici anni sogna un futuro in quel Leggendario Torino scomparso tragicamente sessantasei anni fa.

Cosa ricorda di quel giorno?

“Siamo rimasti in pochissimi ad avere vissuto quel giorno. Il 4 maggio del 1949 era una giornata cupa. Pioveva moltissimo, c’era nebbia sembrava una giornata invernale. Dovevamo andare ad aspettarli, (la squadra aveva dispuatato un’amichevole a Lisbona contro il Benfica n.d.r.) c’era questa abitudine tra noi che facevamo parte della squadra giovanile ma non andammo perchè ci avvisarono che l’aereo sarebbe atterrato a Milano. Allora rimanemmo nell’allora sede del Torino in Via Alfieri insieme ad altri 3 compagni di squadra: Macchi, Giammarinaro, e Francone a giocare a carte. All’improvviso uscì dal suo studio il Ragionier Giusti urlando che erano morti tutti. Subito non pensammo ad una disgrazia simile anche perchè sapevamo che la squadra non sarebbe atterrata a Torino bensì a qualche problema famigliare. Solo poco dopo realizzammo che l’aereo con tutta la squadra a bordo era precipitato sulla collina di Superga. In città la notizia non era ancora arrivata per cui nessuno immaginava quello che era accaduto a poca distanza. Ci precipitammo. Salimmo su un’ Ardea e raggiungemmo il luogo dello schianto. Lungo la strada che saliva sulla collina c’erano molte ambulanze, le auto della polizia i mezzi dei pompieri. Di fatto fummo noi i primi ad arrivare. Arrivati sul piazzale io scesi di corsa dall’auto, pioveva intensamente e non presi neppure l’ombrello, superai le recinzioni e ne vidi tre distesi. In quel momento ebbi come un malore. Tra l’altro ricordo che un pompiere inveì contro di me. Tornammo a casa distrutti. Dopo, un dirigente, Carlo Rocca ci convocò e ci comunicò che saremmo stati noi a sostituire nelle ultime quattro giornate di campionato la squadra del Grande Torino che non c’era più. Da quella sciagura si “salvarono” Sauro Tomà, oggi ancora in vita, ha circa 90 anni e Renato Gandolfi che invece è scomparso già da un po'”. (anche il celebre radiocronista Niccolò Carosio; Luigi Giuliano capitano della Primavera del Torino; il CT Vittorio Pozzo e Tommaso Maestrelli scamparono per caso alla morte trattenuti da impegni diversi n.d.r.). Il giorno dei funerali in piazza c’erano almeno un milione di persone, gente che arrivò da tutta Italia”.

Com’è cominciata la sua avventura nel calcio?

“E’ iniziata nel 1943 in piena Guerra Mondiale. Giocavo in Piazza d’Armi a Torino con altri ragazzi per divertimento. Ogni volta che giocavamo notavo dietro le porte un signore non molto alto di statura e piuttosto corpulento che ci osservava: si chiamava Calcagno ed era uno degli osservatori della società. Fu lui ad invitarmi a provare. Quando mi presentai c’era Sperone che era allenatore; mi misero in porta e cominciarono a tirare. Cominciò così la mia carriera caclistica. Ben presto ci fu però un’interruzione dovuta al grande bombardamento che subì Torino e nel quale andò quasi distrutta la nostra casa. Per qualche tempo ci trasferimmo con la mia famiglia a Cozzo Lomellina (in provincia di Pavia ma a due passi dal Piemonte n.d.r.). Lì feci il muratore e altri lavoretti per guadagnare qualche soldo. A Torino tornammo nel 1946, ricordo lo stadio Filadelfia distrutto dalle bombe io ripresi ad allenarmi grazie anche alla società che mi dava un piccolo rimborso e mi pagava i pasti. Entrai nelle giovanilie e nel 1947 vincemmo il campionato ragazzi. Quando il Toro morì gli assegnarono lo scudetto, peraltro già vinto, e si decise di giocare le ultime 4 gare con la formazione giovanile e così fecero anche gli avversari. Io ero il portiere di quella squadra. La prima partita la vincemmo contro il Genoa 4-0, il momento più toccante fu quando lessero la formazione; poi battemmo 2-0 la Fiorentina a Torino; quindi 4-0 contro il Palermo mentre l’ultima partita contro la Sampdoria fu molto difficile. Finì 3-2 per noi su rigore ed io beccai due reti”.

E’ stato un grande amico di Valerio Bacigalupo…

“Sì, lo conobbi benissimo come conobbi tutti gli altri grandi di quella squadra: Menti, Rigamonti, Vlentino Mazzola, Gabetto, Ossola ecc. Valerio era un tipo gioioso, molto simpatico, solare, con un bel sorriso. Quando giocavamo a carte e perdeva lo prendevamo in giro. Era un bel ragazzo, alto con un fisico magnifico.Una volta dormimmo a Roma nella stessa camera d’albergo. Fui la sua riserva per 9 partite e giocai 3 amichevoli. Debuttò in nazionale proprio a Torino contro l’Inghilterra, l’Italia fu battuta 4-0 io facevo il raccattapalle dietro la sua porta. Ricordo che gli inglesi indossavano dei pantaloni larghissimi e lunghi fin sotto al ginocchio. Segnò Matthews direttamente da calcio d’angolo, Valerio non ci arrivò. Io ero dietro la sua porta, si girò e mi disse :”non l’ho visto” e scoppiò in lacrime. Una persona incredibile.”

Lei arrivò anche a giocare anche nel Savona

“Nel 1951, feci la riserva a Moro. Arrivai al Savona allenato da Manlio Bacigalupo, erano 7 fratelli, la squadra navigava a metà classifica in serie C. In quella squadra c’eravamo io, Fiorio e Cavagnero. Dopo ebbi esperienze a Prato, Lecce in serie B, terminai la mia carriera nel 1958 avevo solo 28 anni e giocai le mie ultime partite con la maglia del Cuneo cha avevo preferito a quella della Carrarese perchè era più vicino a casa”

Questa fu la squadra che scese in campo contro il Genoa dopo lo schianto di Superga il 15 maggio 1949:

1 Vandone, 2 Motto, 3 S. Mari, 4 L. Macchi, 5 O. Ferrari, 6 Lussu, 7 Giuliano, 8 Francone, 9 Marchetto, 10 Gianmarinaro, 11 Balbiano.

Era un calcio diverso ma ciò che faceva grandi quegli uomini era, oltre allo strapotere tecnico e fisico, la loro forza morale: in un momento di crisi di identità come quello del Dopoguerra fu un coagulo importantissimo per gli italiani. Rappresentavano una serie di valori che il popolo aveva come dimenticato, perso per strada: la dignità, l’onore, la fierezza. La gente si riconosceva nei suoi campioni, che erano persone normali: li incontravi per strada, al bar, alcuni di loro avevano dei negozi in centro dove lavoravano” (F.Ossola)





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