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L'assassinio di Lina Castelli e Maria Pescio, il 26 luglio di 75 anni fa

Mercoledì 25 Luglio alle ore 18,00 una delegazione dell’A.N.P.I. di Savona si recherà in corso Vittorio Veneto, presso la Scuola per l’Infanzia “Emma Giribone” per ricordare LINA CASTELLI e MARIA PESCIO, uccise dal fuoco della Milizia Fascista il 26 luglio 1943. Nell’occasione di questo anniversario, pubblichiamo un articolo che ricostruisce quel tragico episodio.

1943 25 luglio
Il 25 luglio, la caduta di Mussolini…
Sono trascorsi 75 anni da quella giornata, che lasciò un segno profondissimo nella storia d’Italia.
Quest’anno, come è prevedibile, saranno molte le commemorazioni, i ricordi, le ricostruzioni, le riflessioni, da parte degli storici, su quella data, che pose fine ad una dittatura durata nel nostro Paese per oltre un ventennio.
Anche a Savona, fin dalla prima mattina, il giorno successivo all’annuncio della caduta del Duce, il 26 luglio del 1943, lunghi cortei di cittadini festanti attraversarono la città, innalzando cartelli in cui si acclamava al Re e si invocava, finalmente, la pace. L’impressione diffusa era che con la fine del governo fascista sarebbe inevitabilmente terminata la guerra. Quella mattina, la notizia si propagò subito fra le speranze incredule di tanta povera gente, per la quale quelle parole volevano dire anche la conclusione della guerra e la liberazione completa da ogni incubo. Nel volgere di pochi giorni, dunque, pensarono in molti, tutto sarebbe finito. Nessuno, in quei momenti, sembrò tener conto del fatto che, nonostante le dimissioni e l’arresto di Mussolini, il potere era ancora saldamente nelle mani dei fascisti, che continuavano a controllare gli apparati burocratici dello Stato e che erano ancora ben presenti tra le forze dell’ordine e, naturalmente, nella Milizia.

Una folla enorme festeggia la caduta di Mussolini, in piazza Mameli, la mattina del 26 luglio 1943
Una folla enorme festeggia la caduta di Mussolini, in piazza Mameli, la mattina del 26 luglio 1943

Una folla incredibile, di circa 7.000 persone, invase quindi il centro cittadino, andando a concentrarsi in piazza Mameli, occupandola completamente: erano uomini e donne di ogni età, giovani e anziani, operai e professionisti che si muovevano in ogni direzione, festanti e felici, che inneggiavano alla libertà e alla pace, maledicendo Mussolini e la guerra. Percorrendo la città, la folla si accanì contro tutti gli emblemi della dittatura che trovò lungo il suo percorso, scalpellando le iscrizioni sui muri e distruggendo i fasci littori scolpiti sulle facciate degli edifici e i cartelli di propaganda, dando anche l’assalto alle sedi del Gruppi Fascisti Rionali.
Quella prima manifestazione di libertà dell’Italia postfascista, quel giorno, finì però tragicamente. Gli eventi, in città, precipitarono quando, in quelle ore convulse, ad un certo punto, qualcuno, in mezzo alla folla, cominciò ad urlare che bisognava disarmare i membri della Milizia fascista ed impossessarsi delle loro armi, immediatamente. I manifestanti si diressero così in corso Vittorio Veneto, dove era la caserma della Milizia Portuaria (che si trovava allora dove oggi sorge l’asilo nido Emma Giribone), giungendovi intorno alle sei del pomeriggio. Non appena la folla fu davanti all’edificio e uno dei manifestanti tentò di togliere l’emblema del fascio dalla facciata della palazzina, il Maresciallo della Milizia Portuaria Spingardi, originario di Cremona, che comandava la trentina di camicie nere lì presenti, ordinò ai suoi uomini di aprire il fuoco contro coloro che si trovavano sulla strada. Negli attimi immediatamente successivi oltre venti persone caddero a terra, colpite dai proiettili. Tra esse, due donne: Lina Castelli, di soli 22 anni, figlia di Giuseppe Castelli, nata a Grignasco, in provincia di Novara, il 5 giugno 1921, nubile, che morì sul colpo davanti al portone della sua abitazione, al n. 18 di corso Vittorio Veneto, e un’altra giovane, Maria Pescio, figlia di Nicolò Pescio, di 29 anni, nata a Savona il 4 ottobre 1913, anch’essa nubile, operaia piastrellista della ditta Grondona, che, invece, sarebbe morta dopo un giorno di agonia all’Ospedale San Paolo. Un altro giovane, Luigi Albisetti, ebbe il piede spappolato e rimase menomato tutta la vita.
Corso Vittorio Veneto e la caserma della Milizia Portuaria
Corso Vittorio Veneto e la caserma della Milizia Portuaria

Ovviamente, molti tra i dirigenti cittadini dei vari apparati dello Stato, che fino ad allora evavano sostenuto e favorito l’attività del Regime di Mussolini, seguirono ciò che accadde in quella giornata con grande preoccupazione, non condividendo affatto le idee antifasciste che le masse popolari evidenziarono con entusiasmo per le vie cittadine. Tra tutti, uno dei più solleciti a manifestare il proprio disagio per quelle manifestazioni popolari fu il Procuratore del Re Carlo Gibertini che, il giorno dopo, presentò un dettagliato rapporto al Ministro dell’Interno relativamente a ciò che era avvenuto a Savona in quella giornata del 26 luglio 1943. La sua esposizione dei fatti va presa, va sottolineato, con estrema prudenza, trattandosi di una fonte di parte: Carlo Gibertini era infatti un membro del Regime e, al termine della Seconda Guerra Mondiale, sarebbe stato processato dalla Corte d’Assise di Savona per collaborazionismo, venendo  condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione. Dell’episodio relativo alla morte delle due povere donne, ad ogni modo, Gibertini fornì la seguente ricostruzione: «…L’episodio più grave si è avuto in corso Vittorio Veneto, davanti alla sede del Gruppo Rionale Fascista “Giovanni Berta”, dove da un lato della finestra, anzi della strada, è il Gruppo Rionale al civico n. 26A e di fronte, al lato opposto, è la caserma della Milizia Portuaria. In sostanza la folla, entrata nell’atrio della portineria del Gruppo, ha fracassato una vetrata e, penetrata a sinistra negli uffici del Gruppo stesso, ha preso a lanciare nella strada quadri del Duce, incartamenti ed altro, fracassando e disperdendo a terra tutti i mobili, vetri, posate, stoviglie, ecc., sia nell’una che nell’altra parte del Gruppo, composta ciascuno di diversi vani. La folla ad un certo punto è uscita e pare siasi rivolta verso la caserma portuaria, davanti alla cui porta, ed ai lati, erano parecchi membri della Milizia Portuaria armati, i quali, forse temendo un’invasione della caserma, hanno esploso senz’altro parecchi colpi di fucile mitragliatore e di rivoltella con lancio di una o due bombe a mano cosicché si sono avute due donne, l’una morta pressoché immediatamente, l’altra alcune ore dopo all’Ospedale San Paolo, nonché una decina di feriti, alcuni dei quali feriti gravemente. Le due donne rimaste uccise sono: Castelli Luigia di Giuseppe, operaia, di 22 anni, e Pescio Maria di Nicolò, d’anni 30, operaia, entrambe di Savona; i feriti sono: Ferraro Ermanno di Domenico, Vercesi Giuseppe di ignoti, Covene Luciano di Giuseppe, Albisetti Luigi di Luigi, Gerasio Guido di Emanuele, Vasile Pietro fu Giovanni, Grignani Emanuele di Giuseppe e Zunino Severina di Giovanni Battista, tutti più o meno gravemente, in massima parte alle gambe, tranne la Zunino ferita al petto e ad un braccio. Nel pomeriggio rimane pure ferito, non gravemente, da un vetro caduto dall’alto a seguito di sassate tal Guido Luciano fu Pietro. Tutti di Savona. Sebbene la competenza sia dell’Autorità Militare, ho creduto mio dovere di procedere d’urgenza ai primi atti necessari nell’interesse della giustizia, e così mi sono recato subito all’Ospedale San Paolo, dove si trovavano le morte ed i feriti, procedendo alle prime constatazioni e ad assumere le dichiarazioni di tutti i feriti, nonché la prima perizia per ciascuno; indi ho acceduto tosto alla sede del Gruppo Rionale, rilevando tosto le tracce dei colpi, lo scempio, sia nella strada che nei locali, di quanto vi era e dando le opportune disposizioni per potere successivamente procedere con assistenza di perito a rilievi più particolari, specie dal punto di vista tecnico. Di ciò ho informato le loro Eccellenze il Comandante del Presidio, il Prefetto ed il Questore, i quali hanno tutti approvato il mio operato. È in corso un’inchiesta da parte dell’Autorità Militare il cui verbale mi sarà consegnato appena possibile ed a mia volta rimetterò il tutto, con gli atti da me assunti, al Procuratore del Re e Imperatore per l’ulteriore corso della istruttoria di sua competenza».
La Caserma della Milizia Portuaria "Giuseppe Berta"
La Caserma della Milizia Portuaria in corso Vittorio Veneto

Di ben altro tenore, invece, la ricostruzione che venne offerta, molti anni dopo, dal Prefetto della Liberazione Francesco Bruzzone: «Ancora una volta, però, sangue innocente venne sparso. Mentre a nessun fascista era stato toccato un capello, mentre nella gioia incontenibile per la caduta del fascismo si era data fiducia ad ognuno che dichiarasse di essersi ricreduto, gli sgherri del Regime vollero ad ogni costo il sangue. Contro un gruppetto di donne, che manifestavano la loro gioia dinanzi alla caserma di corso Vittorio Veneto, i fascisti della Milizia Portuale sgranavano i colpi dei loro mitra e due donne del popolo venivano uccise. Fu impedito al popolo savonese di seguire le loro salme in corteo».
L'ingresso della Caserma della Milizia Portuaria "Giovanni Berta"
L’ingresso della Caserma della Milizia Portuaria da cui partirono i colpi che uccisero Lina Castelli e Maria Pescio

L’indignazione per ciò che era accaduto fu ovviamente grandissima. Rendendosi interprete dello stato d’animo della popolazione, il Comitato d’Azione Antifascista si riunì immediatamente e fece affiggere per le vie cittadine un manifesto in cui, deprecando l’eccidio, ne indicò con precisione i colpevoli. A seguito di ciò, venne indetta una nuova manifestazione di protesta per la mattina di martedì 27 luglio. In quell’occasione, malgrado il Prefetto fascista Enrico Avalle avesse severamente vietato ogni genere di manifestazione e assembramento, una folla immensa invase piazza Mameli per rendere omaggio a Lina Castelli e Maria Pescio. Sui lati del monumento vennero disposte numerose corone di fiori, realizzate in onore delle due donne. Molti cartelli spiccavano sopra le teste dei presenti, recanti le scritte «Il popolo vuole giustizia», «Vogliamo il rilascio dei detenuti politici», «Pace», «Giustizia per gli assassini», «Viva i nostri fratelli soldati», «Vogliamo il Comitato degli Operai», «Viva i martiri della nuova Italia: Maria Pescio e Lina Castelli», «Dente per dente». Intorno alle dieci del mattino, ai piedi del monumento ai Caduti della Grande Guerra, in piazza Mameli, dinanzi alla folla lì convenuta, presero la parola l’avvocato Luciano Alberto Campanile, seguito dall’operaio Pierino Molinari per i comunisti e infine dall’avvocato Cristoforo Astengo per il Partito d’Azione. A fianco degli oratori, spiccava un gruppo di antifascisti e di membri del Comitato d’Azione Antifascista cittadino: Francesco Bruzzone, il fotografo Mariottini, Antonio Zauli, Giovanni Rosso, Gìn Bevilacqua e molti altri.
27 luglio 1943: Cristoforo Astengo parla in piazza Mameli dinanzi ad una folla enorme. Lo ascoltano, da sinistra, Luciano Alberto Campanile, Zauli, Mariottini, Bruzzone, Rosso, Bevilacqua
27 luglio 1943: Cristoforo Astengo parla in piazza Mameli dinanzi ad una folla enorme. Lo ascoltano, da sinistra, Luciano Alberto Campanile, Antonio Zauli, il fotografo, Mariottini, Francesco Bruzzone, Giovanni Rosso e Gìn Bevilacqua.

Il discorso che Cristoforo Astengo tenne in quell’occasione ebbe come punto di riferimento il manifesto del Partito d’Azione che era stato diffuso quella mattina. Cristofìn affermò che il nuovo governo avrebbe dovuto proclamare immediatamente l’armistizio, raggiungendo una pace onorevole con gli Angloamericani, ponendo le basi affinché il fascismo potesse essere definitivamente liquidato, con l’abolizione di tutti i suoi strumenti di oppressione. Si sarebbero inoltre dovute restituire immediatamente ai cittadini italiani le libertà democratiche, ripristinando altresì la libertà di stampa e permettendo a tutti i partiti antifascisti di poter nuovamente concorrere al governo del Paese. Con particolare veemenza, poi, Astengo si scagliò contro l’alleanza italiana con la Germania hitleriana, fortemente voluta da Mussolini, che aveva condotto l’Italia al disastro della guerra: una guerra ormai perduta, com’era evidente, con il Sud invaso dagli Angloamericani e la stessa capitale pesantemente bombardata. Il discorso di Cristofìn fu ascoltato in silenzio e con grande attenzione da Gìn Bevilacqua, Giovanni Rosso e dagli altri comunisti presenti. Cristofìn era lontanissimo da loro, per ideali, fede politica, status sociale: ma lo rispettavano e lo stimavano enormemente, perché, nei fatti, nei vent’anni precedenti, si era sempre battuto, e con grande coraggio, contro il fascismo, pagando in prima persona. Non appena Cristoforo Astengo ebbe terminato di pronunciare il suo discorso, gli si accostò il Generale di Brigata Costantino Salvi, Comandante della 201^ Divisione Costiera. Il Prefetto Avalle aveva infatti dato ordine di impedire qualsiasi tipo di manifestazione popolare e il Generale Salvi aveva inviato i suoi soldati a circondare da ogni lato piazza Mameli. Uomo di sinceri sentimenti democratici, Salvi era da tempo in contatto con Cristoforo Astengo e con Giovanni Rosso. Contravvenendo agli ordini ricevuti, invece di impedire la manifestazione indetta dal Comitato Antifascista, come gli era stato richiesto, il Generale Salvi aveva invece permesso che essa avesse luogo. D’altro canto, impedire con le armi l’afflusso alla piazza delle migliaia di savonesi presenti in quel momento nelle strade avrebbe significato provocare, prevedibilmente, una orribile strage. Principale preoccupazione di Salvi, quindi, fu che tutto si svolgesse pacificamente e che gli animi rimanessero il più possibile calmi, per evitare qualsiasi tipo di rischio. Ad un certo punto, temendo che la situazione potesse degenerare, il Generale Salvi consigliò Cristoforo Astengo e Giovanni Rosso di far muovere la folla, allontanandola dalla piazza; seguito da tutti i membri del Comitato d’Azione e da una lunga colonna di cittadini, il Generale Salvi si diresse quindi all’imbocco di via Paleocapa, dove le truppe erano state schierate a sbarrare l’ingresso alla strada. Con decisione, egli invitò i soldati ad abbassare le armi e a far passare, in corteo, le persone presenti sulla piazza. I militari obbedirono. Si formò così un lungo corteo che, raggiunta piazza del Popolo e portatosi in via XX Settembre, andò a terminare in corso Vittorio Veneto: giunti nel luogo dove le due donne erano state uccise, furono pronunciati alcuni discorsi; al termine, una delegazione, con le corone di fiori, si diresse al cimitero di Zinola, dove la notte precedente il Prefetto Avalle aveva fatto trasportare le salme delle due povere donne. Subito dopo, si formò un altro corteo che, dopo aver percorso alcune strade cittadine, andò a confluire in piazza Sisto IV. Qui, dal balcone del Palazzo del Municipio, con voce pacata, calda, tagliente, Gìn Bevilacqua ribadì in tre punti essenziali le richieste del popolo savonese: via i Tedeschi dall’Italia, cessazione immediata della guerra, scioglimento di tutte le Forze Armate fasciste, ricostituzione di tutte le libere associazioni. Conclusa la manifestazione, come fu successivamente testimoniato da Andrea Aglietto, questi e Gin Bevilacqua furono fermati e trattenuti in stato di arresto; dopo un giorno di detenzione, i due furono rilasciati.
27 luglio 1943. Due giovani donne reggono il tricolore dinanzi al Monumento ai Caduti, ricoperto di corone di fiori in omaggio a Lina Castelli e Maria Pescio, trucidate dai fascisti il giorno prima.
27 luglio 1943. Tre giovani donne reggono il tricolore dinanzi al Monumento ai Caduti, ricoperto di corone di fiori in omaggio a Lina Castelli e Maria Pescio, trucidate dai fascisti il giorno prima.

I funerali di Lina Castelli e Maria Pescio avvennero in forma privata il giorno successivo. Il Generale Salvi consentì che una delegazione vi partecipasse per calmare la folla che voleva parteciparvi in massa.
Giuseppe Milazzo

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