
Sono trascorsi novant’anni da quel 23 agosto 1927 in cui, nel penitenziario di Charlestown presso Dedham, negli Stati Uniti, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono giustiziati sulla sedia elettrica. I due emigranti italiani erano stati condannati a morte il 14 luglio 1921 dal Tribunale di Dedham per l’omicidio di una guardia giurata e del cassiere di una ditta avvenuto il 15 aprile 1920 durante una rapina a South Braintree, un sobborgo di Boston. Nonostante gli elementi a carico dei due indiziati fossero pochi e lacunosi, la sentenza era stata confermata da un secondo processo e dalla Corte Suprema dello Stato del Massachussetts: Sacco e Vanzetti, due italiani che si erano messi in luce, nei mesi precedenti all’arresto, per la loro attività politica e la loro appartenenza al movimento anarchico, furono sostanzialmente vittime della “politica del terrore” promossa dal Ministro della Giustizia degli U.S.A. Palmer.
Per ricordare quell’episodio, che vasta eco ebbe nell’opinione pubblica mondiale, sono stati programmati a Savona, nei prossimi giorni, due eventi: domenica 15 ottobre, alle ore 17, presso i locali della Società di Mutuo Soccorso Serenella, in corso Vittorio Veneto n. 73 rosso, alle Fornaci, la prof.ssa Augusta Molinari, docente di storia contemporanea presso l’Università di Genova, terrà una conferenza sul tema «Migranti di ieri e di oggi». Sabato 21ottobre, alle ore 17, sempre presso i locali della Società di Mutuo Soccorso Serenella, il prof. Ronald Creagh, docente di cultura americana presso l’Università Paul Valery di Montpellier, presenterà il suo libro dal titolo “Sacco e Vanzetti: un delitto di Stato”. I due incontri sono stati organizzati dal Collettivo Anarchico Umberto Marzocchi di Savona.

Anche a Savona, in quegli anni lontani, all’indomani della sentenza di condanna a morte emessa nel luglio del 1921, erano state organizzate manifestazioni di protesta e comizi contro la pena capitale decisa nei confronti di Sacco e Vanzetti.
La manifestazione principale, come vedremo, si svolse il 16 ottobre 1921. Ma già nei giorni precedenti, in due occasioni, a Savona e a Vado Ligure, si era levata la voce in difesa dei due anarchici italiani.

Al termine dell’intervento svolto dal comunista Giovanni Michelangeli, Segretario della Camera del Lavoro di Savona, nel corso di un’assemblea generale degli operai metallurgici di Savona e Vado Ligure tenuta al teatro Chiabrera di Savona la mattina della domenica 9 ottobre 1921, questi aveva infatti inviato un saluto a Sacco e Vanzetti, «vittime della plutocrazia americana». E pochi giorni dopo, il 12 ottobre, al teatro Sabazia di Vado Ligure, nel corso di un’altra assemblea dei lavoratori metallurgici, il comunista Renato Fontanesi, parlando a nome del Comitato Sindacale Comunista Metallurgici, aveva espresso la solidarietà degli operai del settore «alle vittime del trust nordamericano e precisamente per la liberazione dei concittadini Sacco e Vanzetti».
Ma la manifestazione principale, come si è detto, si svolse nella mattinata di domenica 16 ottobre 1921, al teatro Chiabrera. Il comizio fu organizzato dal Comitato Pro Vittime Politiche diretto dal Sindaco comunista di Savona Luigi Bertolotto al fine di protestare contro la condanna a morte emessa nei confronti degli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. L’evento era stato proposto e profondamente voluto dagli anarchici savonesi, rappresentati, nell’occasione, da Umberto Marzocchi, all’epoca giovanissimo esponente del movimento anarchico da poche settimane trasferitosi a vivere a Savona.

Nel manifesto che era stato affisso, in quell’occasione, per le vie cittadine, al fine di pubblicizzare l’evento, si poteva leggere: «Lavoratori! L’incalzante reazione, che non conosce diversità di stirpe e di lignaggio nella vana lotta di uccidere il pensiero, di comprimere le aspirazioni ascensionali dei lavoratori, spesso attanaglia delle vittime e rabbiosamente le spinge verso il patibolo; ma dalle tombe sempre viventi essi splendono come fari alle generazioni. Se la voce dei precursori ci è di sprone alla lotta incessante contro ogni tirannide e ci addita la via della liberazione totale della schiavitù sotto cui geme ora il proletariato, il gemito compresso che ci giunge dalle galere, il silenzio dei forti già designati alla morte, ci deve trarre dal profondo dell’animo il grido di esecrazione contro chi assassina impunemente e con la connivenza di una giustizia mendace. Lavoratori! La nostra protesta contro l’efferato e cinico delitto valga a strappare dalle mani del boia Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Accorrete quindi al comizio che si terrà il 16 ottobre alle ore 10 nel teatro Chiabrera. Parleranno i rappresentanti della Camera del Lavoro, del Partito Comunista, del Partito Socialista, dei Gruppi Anarchici e del Partito Repubblicano».

La manifestazione del 16 ottobre, che ebbe come moderatore il socialista Andrea Aglietto, vide la partecipazione di tutte le forze della Sinistra cittadina, in un momento di rara unità di intenti e di motivazioni ideali. Il teatro, quella mattina, si presentò affollato di «una folla innumere di operai di tutte le scuole sovversive», convenuti «per protestare contro l’efferato delitto che», come affermò La Voce dei Lavoratori, stava «per essere perpetrato nella Repubblica del dollaro: l’assassinio legalizzato mediante la sedia elettrica dei due organizzatori italiani Sacco e Vanzetti, di nulla colpevoli se non di aver predicato l’emancipazione dei lavoratori». La riunione fu aperta alle 10 del mattino, a nome del Comitato Pro Vittime Politiche, da Andrea Aglietto che, dopo aver spiegato «con acconce parole lo scopo dell’adunata», cedette la parola ai diversi oratori che si avvicendarono sul palco: il primo a parlare, per gli anarchici, fu Camillo Signorini; egli, nel corso del suo discorso, ricordò «tutti i crimini della Repubblica del dollaro, dai martiri di Chicago» in poi, affermò che Sacco e Vanzetti erano «vittime del capitalismo americano»: «non si vuol colpire il reo di un supposto delitto», disse, «ma si vuol assassinare per togliere dalla circolazione due rivoluzionari che hanno la sola colpa di tutelare gli interessi e assistere ed elevare la classe proletaria». Signorini dichiarò poi che, «in fatto di politica operaia», tutti i Governi del mondo si equivalevano; egli auspicò quindi «l’avvento della classe operaia alla gestione dei suoi interessi» e incitò «la classe operaia a tenersi pronta per qualunque azione che» potesse valere «a strappare le due innocenti vittime dal boia». La salvezza di Sacco e Vanzetti, «due vittime sacrificali innocenti», concluse, era nelle mani del proletariato che, con la sua forza, avrebbe dovuto impedire la loro esecuzione. Prese quindi la parola Renato Fontanesi, Segretario politico della sezione di Savona del Partito Comunista e Segretario della F.I.O.M.; egli, dopo aver affermato che i comunisti avevano poca fiducia nei comizi e negli ordini del giorno che lasciavano il tempo che trovavano, affermò che «solo con l’unità d’azione di tutta la massa lavoratrice, solo con il fronte unico si» sarebbe riuscito «a vincere la reazione» che imperversava «in ogni dove»; si dovevano quindi organizzare delle agitazioni non solo per Sacco e Vanzetti, ma per ogni altra vittima del capitalismo, non soltanto in America, ma anche in Italia come in ogni altro Paese d’Europa; «la borghesia agisce dappertutto con lo stesso sistema», affermò Fontanesi: «in America v’è la sedia elettrica, in Francia la ghigliottina, in Austria la forca, ed in Italia vi sono i fascisti che assassinano impuniti, vi sono le galere rigurgitanti di nostri compagni, v’è la disoccupazione e la fame»; Fontanesi chiuse il suo discorso ricordando tutti coloro che erano in esilio e sottolineò l’importanza inderogabile della costituzione del fronte unico «di tutto il proletariato, non solo per togliere dalle mani del carnefice Sacco e Vanzetti, ma anche per reclamare la libertà delle vittime politiche italiane prima, per ottenere la libertà delle vittime politiche di tutto il mondo poi».

Parlò poi il dirigente socialista Giuseppe Ferro, che ricordò come Karl Marx, nel Manifesto, avesse affermato che la lotta di classe sarebbe dovuta continuare fino a che la classe lavoratrice non avesse vinto l’ultima battaglia; in tal senso, ciò che stava avvenendo in quel momento non era altro che una conseguenza della medesima lotta di classe che, in certi momenti, poteva diventare sanguinosa e violenta; egli rammentò quindi «il martirologio di tutti i pensatori ribelli, da Carlo Cafiero a Francisco Ferrer a Benito Juarez a Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg e a tutti quelli che amarono l’umanità». Nell’azione per salvare Sacco e Vanzetti, concluse Ferro, nessuna azione avrebbe dovuto essere esclusa. Tenne quindi il suo discorso, per il P.R.I., il giovanissimo geometra Rinaldo Mereta di Sampierdarena; questi ricordò come il Partito Repubblicano non fosse mai stato secondo a nessuno nelle manifestazioni per la libertà, l’umanità e la giustizia; il proletariato avrebbe dovuto difendere da solo la sua vita e la sua libertà, disse, non potendo avere altro che «piombo, fame e prigione» da un Governo reazionario e monarchico; Mereta aggiunse poi che il proletariato italiano non avrebbe potuto essere libero finchè non si fosse sbarazzato «dell’attuale regime» che aveva «al suo attivo tante vittime innocenti, tanti falli irrimediabili»; se si fosse trattato di scendere in piazza per ottenere la libertà di Sacco e Vanzetti, concluse, i repubblicani sarebbero stati «in prima linea per combattere la buona battaglia». Per ultimi, infine, parlarono Umberto Marzocchi per l’Unione Anarchica Ligure e Giovanni Michelangeli nella sua qualità di Segretario della Camera del Lavoro cittadina. Quest’ultimo presentò all’assemblea il seguente ordine del giorno che fu approvato per acclamazione: «il proletariato di Savona, considerato che l’oppressione del capitale si renderà sempre più odiosa ed insopportabile contro il proletariato finché questo non avrà spazzato le proprie catene; ritenuto che Sacco e Vanzetti sono stati condannati a morte dalla plutocrazia americana unicamente per aver indicato con fede incrollabile agli oppressi ed agli sfruttati la via dell’emancipazione; mentre protesta contro l’efferato delitto che la pretesa civiltà di una nazione bugiardamente democratica si appresta a consumare; riafferma la necessità di sovvertire l’attuale regime sociale mediante il passaggio di tutto il potere in mano degli operai, condizione indispensabile perché i lavoratori abbiano pane e libertà».
Giuseppe Milazzo





