La prima edizione del Giro d’Italia, nel 1909, fu vinta da Luigi Ganna soprannominato “Re del fango” per la sua capacità di affrontare il maltempo e le intemperie. Rimane negli annali la sua dichiarazione rilasciata ad un giornalista che gli aveva chiesto quale fosse la sua impressione più viva dopo la grande vittoria: “L’impressione più viva l’è che brusa tant’l cu”. Come vincitore di quel Giro, Ganna si portò a casa 5.250 lire (all’ultimo classificato andarono invece 300 lire). Nella tappa finale del Giro 1909, che si concluse all’Arena di Milano, Luigi Ganna, il vincitore di quella prima edizione, si piazzò terzo. Non potè invece concludere la volata Rossignoli, terzo in classifica generale che aspirava alla vittoria. La causa? Venne letteralmente investito da un cavallo imbizzarrito dei Lancieri di Novara. Una disavventura simile capitò nel 1936 a Learco Guerra, che nei pressi di Forlì si ruppe un braccio per una caduta causata da un calesse trainato da un cavallo imbizzarrito. Guerra, noto come “la locomotiva umana”, viene però ricordato soprattutto perché nel 1931 fu il primo corridore a indossare l’ormai classica maglia rosa, pensata per distinguere il leader della corsa pubblicizzando, al contempo, la Gazzetta dello Sport organizzatrice del Giro.
Il giro del 1914 fu il primo Giro diputato in cui la classifica venne delineata dai tempi anziché da un sistema di punteggi assegnati ad ogni tappa. Era composto da solo 8 tappe, ma oltre la metà era lunga più di 400 km. Per capire quanto sia stato duro, basta considerare che degli 81 ciclisti partiti solo 8 conclusero tutte le tappe. Memorabile la vicenda, mai ben chiarita, di Giuseppe Azzini. Dopo la 5° tappa era in testa alla classifica generale, ma nella 6° tappa andò in crisi e se ne persero letteralmente le tracce. Alla fine, venne ritrovato solo il mattino seguente in un granaio a Barisciano, a un centinaio di chilometri di distanza. Il Giro alla fine lo vinse Alfonso Calzolari, nonostante una penalizzazione di 3 ore subìta per essersi attaccato ad un auto lungo una salita ma per sua fortuna disponeva di ben 5 ore di vantaggio.
La “maglia nera” è il simbolo dell’ultimo in classifica. La sua origine si deve, bizzarramente, ad un calciatore: Giuseppe Ticozzelli. Nel 1926 partecipò al Giro d’Italia indossando una maglia nera con stella bianca, divisa del Casale, la squadra in cui militiva all’epoca. Terminò solo 3 tappe ma si distinse, anziché per le prove atletiche, per il modo in cui partecipava alla gara. Arrivava al via sempre all’ultimo momento, spesso accompagnato in taxi, poi partiva a razzo per fughe tanto folli quanto brevi. Infatti Ticozzelli si fermava ben presto in qualche trattoria a mangiare e riposarsi, incurante del risultato finale.
Dopo di lui ci fu una vera e propria a gara ad arrivare ultimi e a conquistare la popolarità che da ciò derivava. Tra il 1946 e il 1951 il Giro assegnò ufficialmente la maglia nera, assieme ad una quota in denaro. Leggendarie le sfide per conquistarla tra Sante Carollo e Luigi Malabrocca.
Pur di terminare ultimi (ma senza sforare il tempo massimo) i due arrivavano a nascondersi nei bar o nei fienili, fino addirittura a forare le loro stesse ruote. Dal 1952 non fu più assegnata, dopo che il gruppo dei ciclisti partecipanti protestò contro il cattivo spettacolo a cui tale “trofeo al contrario” dava vita.
Foto: Gazzetta dello Sport



