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Personalità della Savona di ieri: Francesco Rocchino

Via Cassari
Tra le molte figure di poeti dialettali savonesi vissuti tra Ottocento e Novecento, quella di Francesco Agostino Rocchino è forse, oggi, una delle meno conosciute.
Francesco Agostino Rocchino nacque nel centro storico di Savona il 19 novembre 1847. Il padre, Francesco, figlio di Agostino, era un umile calzolaio, mentre la madre, Antonia Viale, figlia di Francesco, era invece una casalinga. Quella di Francesco Agostino Rocchino era una famiglia di patrioti: il padre era un fervente liberale democratico, mentre il nonno era un mazziniano. Il bisnonno del poeta, Francesco Rocchino soprannominato “Il sordo”, nella prima metà dell’Ottocento aveva preso in gestione la “Trattoria del pino”, ubicata nella casa di proprietà della famiglia Bartoli, al numero 3 di via dei Berrettai. Alla morte del “sordo”, la gestione del locale era stata continuata dal figlio Agostino, un savonese appartenente a quella larga schiera di appassionati fautori dell’unità d’Italia, a quel tempo assai folta anche a Savona. Nel 1846, due anni prima dello scoppio della I Guerra d’Indipendenza, egli volle mutare il nome del proprio locale, trasformandolo in quello di “Trattoria dei Fratelli Italiani”. Nel volgere di poco tempo, a partire da allora, la locanda iniziò ad ospitare i tantissimi Savonesi appassionati di politica che desideravano ardentemente compiere atti e gesti che potessero condurre al “Risorgimento” della nostra nazione, dopo i lunghi secoli bui del Medio Evo e dell’Età Moderna, caratterizzati dalle dominazioni straniere e dalla divisione del Paese. La trattoria – come ricordava il poeta Giuseppe Cava – divenne così il ritrovo abituale dei patrioti savonesi, un covo di facinorosi in cui «convenivano Capitani e marinai che servivano da tratto d’unione fra i comitati patriottici sparsi per la penisola e quelli di Londra e Marsiglia, portando segretamente proclami e lettere e speranze nei destini della patria conculcata ed oppressa». Tra i tanti patrioti savonesi che la frequentarono, vi furono molti personaggi che avrebbero caratterizzato l’età risorgimentale nella nostra città: Borzone, Sevez, Ferro, Nervi, Blengini, Bertolotto, Lottero, Silice, Selva, Pettinelli, Del Buono, Scotto, Noli, Lissi, Zaffagni, De Panis, Vernier, Murzi, Servettaz, Sprecher, Pastore, Baglietto, Gandullia, Meirocco, Calcagno. Nelle modeste sale della trattoria, autentica «rocca del patriottismo sabazio», come avrebbe testimoniato nel 1908 lo stesso Francesco Rocchino – che da fanciullo e da adolescente vi aveva trascorso alcuni dei momenti più belli e sereni della sua esistenza – mentre consumavano velocemente la cena e gustavano un buon bicchiere di vino ligure, i Savonesi parlavano di politica, discutevano, si confrontavano appassionatamente, talvolta litigavano, sempre avendo come obbiettivo ultimo l’indipendenza e l’unità della nazione. Anima del locale, oltre al proprietario, era anche l’impareggiabile cameriere Alessandro Riva, da tutti stimato e benvoluto.
Alla morte di Agostino Rocchino la “Trattoria dei Fratelli Italiani” venne ceduta ad un altro Savonese, Nicolò Robia. Il figlio di Agostino, Francesco, come detto, si dedicò allora al lavoro del calzolaio e sposò Antonia Viale, da cui ebbe, appunto, Francesco Agostino, il futuro poeta.
La morte prematura di entrambi i genitori schiantò la sua infanzia. In tenera età, il piccolo “Checchìn” fu così ricoverato nell’Ospizio dei poveri del Santuario. Appena fu un po’ più grandicello e le condizioni glielo consentirono, all’età di 15 anni, nel 1863, si arruolò come mozzo nella Marina del neonato Regno d’Italia. In questo frangente, e non per un puro caso, le sue sorti iniziarono a mutare. Un Ufficiale, ben presto, si accorse infatti dell’ingegno non comune posseduto dal giovane Rocchino e, con amore paterno, decise di cominciare ad occuparsi di lui, seguendolo e permettendo che il ragazzo potesse ricevere la necessaria istruzione.
Terminato il servizio militare, rientrato a Savona, Francesco Rocchino iniziò ad esercitare il mestiere di calzolaio che aveva appreso dal padre quand’era ancora bambino. La tenace volontà, il suo desiderio di conoscenza, la sua curiosità, la sua voglia di migliorare lo spinsero comunque a non accontentarsi di quella situazione. Nei ritagli di tempo, così, Rocchino iniziò a leggere, ad approfondire gli studi, cercando con grande volontà e forza d’animo di farsi una propria cultura, da autodidatta, in modo serio e scrupoloso. I suoi interessi e le sue inclinazioni lo avvicinarono al mondo della letteratura. Poco dopo, in modo naturale, egli rivelò una sincera e spontanea vena poetica e un’ispirazione naturale e genuina; iniziò così a scrivere dei versi in lingua italiana che furono pubblicati da alcuni giornali savonesi, venendo apprezzati e lodati.
Col passare degli anni, nel frattempo, intorno al 1870, egli si era trasferito a vivere a Genova, nel quartiere di Castelletto, dove si era sposato e aveva avuto alcuni figli. Fu in quel periodo che egli riuscì a mettere a frutto le sue qualità e a costruire la sua fortuna, diventando uno stimato commerciante e conquistandosi una posizione abbastanza agiata. Non smise mai, comunque, di leggere e di seguire i tanto amati studi letterari e continuò a pubblicare i suoi testi poetici su alcuni giornali savonesi e genovesi, ma anche raccogliendo le sue composizioni in alcuni volumetti che furono stampati nel capoluogo ligure; una sua lirica, in particolare, fu letta anche da Felice Cavallotti, il celebre parlamentare radicale, il “bardo della democrazia” che ne fece pubblico elogio.
Nel penultimo decennio dell’Ottocento Rocchino aderì al cosiddetto “Cenacolo dei Giovani”, costituitosi in una trattoria del centro storico di Genova, dove si riunivano a dibattere di arte, poesia e cultura, leggendo liriche ad alta voce, alcuni dei più bei nomi del mondo intellettuale genovese di quel periodo: ne facevano parte, oltre a Francesco Rocchino, il prof. Clerici e lo scultore genovese Achille Canessa (1856 – 1905), Luigi Caprera Peragallo, il prof. Antonio Pastore, Enrico Norero, il poeta Carlo Malinverni (9 settembre 1853 – 9 gennaio 1922), il poeta e giornalista del “Secolo XIX” Pellegrino Aroldo Vassallo (1854 – 1902), che era stato il primo direttore del giornale repubblicano “L’Epoca” nel dicembre del 1877.
A Savona, comunque, Rocchino tornò sempre spesso e con molta frequenza. Fin dagli anni in cui, fanciullo, aveva frequentato la “Trattoria dei fratelli italiani”, Rocchino aveva maturato opinioni e idee ben precise, orientandosi su posizioni repubblicane e mazziniane. Ad un certo punto, poi, egli iniziò anche a svolgere attività politica, rivelando un carattere ardente e passionale, un intelletto acuto e penetrante, parlando in pubblico e scrivendo articoli sui giornali del tempo: circostanza, questa, che seguì fino all’età di sessant’anni, dedicandosi poi al lavoro e alla famiglia nel periodo successivo. Fino all’ultimo rimase fedele ai suoi ideali.
Nel corso della sua vita, Francesco Rocchino scrisse moltissimi libretti di poesie in lingua italiana; tra gli altri, si ricordano “Le pallide scintille”, “Gli Apostati”, “Olga” e, soprattutto, la raccolta di poesie e sonetti “Atomi” (che fu stampato a Genova nel 1879 dalla tipografia dei Sordomuti), “Il testamento olografo” (che fu stampato a Genova dalla tipografia Sambolino nel 1882), la lirica in occasione della nascita della figlia Giuditta “Alla mia bambina” (che fu stampato a Genova dalla tipografia Marittima nel 1885), “Pax”, un libretto realizzato in occasione della morte del prof. Alfredo Arnulf (Nizza, 1865 – Genova 1888) contenente poesie di Rocchino e Norero e uno scritto di Pastore (che fu pubblicato a Genova nel 1888 dalla tipografia dei fratelli Armanino), “Alla mia Giuditta Tavanti”, un gruppo di liriche scritte di getto dal poeta all’indomani della prematura scomparsa di Giuditta, la figlia tanto amata, di appena sette anni (che fu stampato a Genova dal tipografo Ciminago nel 1890). Di grande interesse, infine, il volumetto “Bacco in Liguria” contenente, tra l’altro, alcune poesie scritte in dialetto savonese: un’opera nella quale Rocchino seppe rendere con maestria lo spirito e gli atteggiamenti del popolo ligure esercitante i diversi mestieri.
Come scrisse Giuseppe Macaggi (Genova 1 luglio 1857 – 17 febbraio 1932) – che fu avvocato, giornalista, mazziniano e Deputato al Parlamento per il Partito Repubblicano tra il marzo del 1909 ed il settembre del 1913 e poi tra il dicembre del 1919 e l’aprile del 1921 – «Francesco Rocchino seppe dedurre nella poesia dialettale un’abbondante vena del suo concittadino Gabriello Chiabrera».
Molte liriche in lingua italiana furono dedicate da Rocchino alla sua città natale (tra esse, si ricorda in particolare “Dalla Rocca di Legino”, “Sul mare” e “A Savona”). Alcune sue poesie apparvero sul giornale repubblicano savonese “Il Vero” diretto da Ettore Baldino (che si stampò tra il 1890 ed il 1896), su “Il Crepuscolo” (una rivista letteraria genovese di fine Ottocento) e su “Il Successo”, un settimanale in dialetto ligure che si stampò tra il 1889 ed il 1933, essendo stato fondato da Umberto Villa (le poesie di Rocchino furono pubblicate negli anni 1901, 1902, 1906, 1907, 1908, 1909 e 1910).
Nella sua produzione dialettale, Rocchino seppe distinguersi soprattutto grazie alla ricerca  di tematiche più specificatamente legate ad una concezione più autonoma dell’espressione ligure. I suoi versi risentono talvolta, e in maniera evidente, delle sonorità leggere del conterraneo Chiabrera. Nei suoi componimenti, come ha rilevato Fiorenzo Toso, Rocchino «coniugò i suoi gusti decisamente romantici con netti influssi chiabrereschi e con qualche suggestione scapigliata, tentando di riproporre una poesia basata su un paesaggismo di maniera e su malinconiche, anche se un po’ scontate, riflessioni sull’esistenza».
Pietro Sbarbaro
In occasione dello scoprimento del busto a Pietro Sbarbaro nei giardini di piazza Sisto IV, a Savona, la mattina della domenica 6 dicembre 1896, Francesco Rocchino lesse un’“Ode in morte di Sbarbaro” da lui scritta per l’occasione: una poesia che, come scrisse il giornale “Il Cittadino”, essendo «veramente profonda e sentita, ricolma d’affetto e di sentimento», fece «onore a chi l’aveva scritta» e fece «piangere più di uno tra gli astanti per la commozione».
Francesco Rocchino si spense a Genova la mattina del 24 febbraio 1913 all’età di 66 anni. Durante la cerimonia funebre, al cimitero di Staglieno dove fu sepolto, ricordarono la figura di Rocchino il Presidente della Società Trasporti di cui Rocchino era segretario, l’avv. Carpineto, il prof. Pastore, i pubblicisti Rimassa e Parodi e l’avv. Alberto Cuneo, che portò l’estremo saluto dei Savonesi alla salma dello scomparso; il noto poeta genovese Carlo Malinverni, infine, grande amico dello scomparso, recitò il seguente sonetto in ricordo di Francesco Rocchino:
«Del cor viva la fiamma e della mente
onde acuto lo sguardo, alto il pensiero;
ardito il favellar, spesso eloquente,
franco, incorrotto, dignitoso e altero.
 
Lo spirito vibrò sonoramente
onde sui labbri il verso or dolce or fiero:
visse e operò repubblicanamente
né colla fede agevolò il sentiero.
 
Non facile il sentier della sua vita
pur ilare e sereno egli ha vissuto,
l’anima piena di bontà infinita.
 
Il buon lavoratore oggi ha compiuto
il suo lavoro e ha la sua via fornita…
Ricordiamone il cuore ed il verso arguto».
Giuseppe Milazzo

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