Oggi non più esistente, l’edificio che un tempo ospitò la parrocchia di San Giovanni Battista si ergeva fino a cinquant’anni fa nel tratto iniziale di via Mistrangelo, a fianco della costruzione che attualmente ospita gli uffici della “Caritas Diocesana”, a due passi da piazza Diaz.

Come testimonia uno dei documenti del Cartulario dei notai Di Donato e Cumano (il n. 564), già nel 1178 sarebbe esistita in questa zona una «opus sancti Iohannis». Il 9 maggio del 1196, poi, secondo quanto si tramanda, quattro patrizi savonesi (Gandolfo Formica, Guglielmo Sacco, Raimondo Segagola e Ponzio Culianigra) avrebbero fondato nell’area dell’odierna via Mistrangelo la chiesa di San Giovanni Battista. L’edificio, di piccole dimensioni, con l’annesso camposanto, fu costruito nel borgo di Fossalvaria e fu intitolato, appunto, a San Giovanni Battista. Adiacente ad esso fu anche costruito un ospedale, intitolato ai SS. Leonardo e Margherita, al fine di ricoverarvi gli ammalati e i pellegrini appena entrati in città.
Qualche tempo dopo, la chiesa, divenuta sede parrocchiale, fu ceduta e donata insieme a molti beni dei quali era stata dotata ai cavalieri della Commenda di San Giovanni Battista di Gerusalemme; fatto ciò, fu dunque chiamato F. Guglielmo, mastro Commendatore di Genova, affinché ne prendesse possesso.
Alla chiesa di San Giovanni Battista è legata una tradizione che era tra le più conosciute nella Savona medievale. Il mattino di Pasqua, infatti, un agnello veniva donato al più anziano dei cavalieri gerosolimitani residenti in città; l’agnello, adornato di nastrini e fiocchetti, tenente tra le zampe una banderuola reggente un gonfalone con l’arma ricamata della famiglia di quel cavaliere, veniva adagiato sopra una cassa dorata coperta da un baldacchino e portato in processione accompagnato da un corteo di musici intonanti canti religiosi; il corteo partiva dalla chiesa di San Giovanni Battista fino a raggiungere la casa di quel cavaliere.
La Commenda gerosolimitana, a quel tempo, era dotata di molti livelli nella città di Savona e nei suoi borghi ed il suo patrimonio era diviso in molti luoghi (Porto Maurizio, Diano, Finale, Noli, Gavi, Voltaggio, Albenga). Si calcola che le entrate che se ne ricavavano ammontassero alla somma complessiva di 600 scudi all’anno.
Nei pressi della chiesa di San Giovanni Battista, all’imbocco dell’attuale via Mistrangelo, affacciata sull’odierna piazza Diaz, tra il XIII e il XIV secolo fu costruita la porta di San Giovanni, una delle principali porte cittadine, che prese il nome proprio dalla vicina chiesa. Restaurata nel 1672, la porta fu demolita nel 1847 insieme alle mura cittadine che la fiancheggiavano.
Nel 1681, essendo caduto in rovina l’edificio religioso, il Commendatore Grimaldi convocò i parrocchiani e rinunziò in loro favore alla proprietà della chiesa di San Giovanni Battista a patto che essi la facessero rifabbricare; per sé egli si riservò soltanto lo juspatronato dell’altar maggiore (cui rinunziò il 1° e l’8 aprile 1865 mediante l’esborso di 1000 Lire da parte dei parrocchiani). Fino ad allora il Commendatore gerosolimitano che risiedeva a Genova aveva avuto il diritto di presentare al Vescovo il candidato da nominare Parroco della chiesa di San Giovanni Battista.
Nel luglio del 1681, così, i ruderi della vecchia chiesa furono in parte abbattuti e, utilizzando le strutture più sane di quell’edificio, fu ricostruito un nuovo tempio a spese dei parrocchiani e sotto la direzione dello stesso Commendatore Grimaldi. La struttura, a una sola navata, adornata di alcuni altari realizzati in calcina e stucco, fu ultimata nel 1682.
Secondo quanto attestato da un manoscritto anonimo del 1780, la facciata della chiesa sarebbe stata affrescata da Gio. Stefano Robatto (che avrebbe anche eseguito le decorazioni sulla vicina porta di San Giovanni); all’interno della chiesa, poi, si sarebbero trovate una tela raffigurante la nascita di Gesù, con San Francesco e San Bartolomeo, eseguita da «Hieronymi de Brixia Carmelitae» il 28 aprile 1519 ed una tela con il Cristo che mostra il costato a San Tommaso, opera di Bartolomeo Guidobono (1654 – 1709). Nella cappella di destra si trovava una tela raffigurante la Madonna del Rosario che libera le Anime del Purgatorio che era stata eseguita da Pier Paolo Raggi (1646 – 1724); sull’altar maggiore si sarebbe trovato un quadro del pittore di Norimberga Albrecht Dürer (1471 – 1528) raffigurante l’Adorazione dei Magi, mentre sull’altare della Madonna del Carmine sarebbe stata collocata una statua della Madonna della Misericordia, opera di Stefano Sormano, con una tela di Gio. Stefano Robatto (1652 – 1733).
Trascorsi alcuni decenni, all’inizio dell’Ottocento l’edificio della chiesa di San Giovanni Battista si presentava in evidenti condizioni di degrado. I suoi amministratori, così, avendo notato come, nel frattempo, la costruzione fosse stata spogliata delle sue opere d’arte e fosse priva decorazioni di rilievo, con una facciata assolutamente anonima, decisero di cedere al pubblico demanio la loro chiesa, trasferendo la sede parrocchiale nella chiesa di San Domenico dove si trova tuttora. La decisione fu presa con atto del 10 agosto 1813 autorizzato dal governo di Parigi.
Nel 1818 i canonici Giovanni Battista Becchi e Giovanni Battista Ghigliazza con altri sacerdoti ottennero dal Governatore di Savona di poter radunare i poveri della città nella chiesa di San Giovanni Battista, una volta la settimana, per istruirli nella dottrina cristiana.
Il 14 agosto 1826 il Vescovo di Savona Monsignor Giuseppe Vincenzo Airenti eresse canonicamente la “Congregazione dei Preti Secolari della Dottrina Cristiana” e ne fissò la sede nella vecchia costruzione che aveva ospitato fino a pochi anni prima la parrocchia di San Giovanni Battista.
Su concessione di Re Carlo Alberto, successivamente, nell’antico edificio e nell’attigua sacrestia trovò la sua sede la “Scuola di Carità”, nota anche con il nome di “Scuola dei Poveri”, diretta da Don Gaspare Giovanni Battista Manara: questo Canonico, già da alcuni anni, dal 1816 per la precisione, offriva gratuitamente in questo luogo i primi rudimenti dell’istruzione elementare ai poveri della città. Ciò poté avvenire grazie alla formale richiesta che era stata presentata dallo stesso Don Manara al fine di poter disporre di un luogo dove poter radunare i suoi studenti e insegnar loro a leggere, scrivere e far di conto. La scuola non era legalmente riconosciuta, ma poteva contare su di un contributo annuo fornito dal Comune.
Morto il Manara nel 1831, la “Congregazione della Dottrina Cristiana” assunse la direzione della “Scuola di Carità”. Il 27 marzo 1838, poi, l’edificio che aveva un tempo ospitato la parrocchiale di San Giovanni Battista divenne di proprietà della “Congregazione” (che divenne Opera Pia in virtù della legge del 3 agosto 1862).
Scrisse nel 1867, riguardo alla “Scuola di Carità”, l’anonimo compilatore di un manoscritto sulle chiese di Savona: «meritano certamente le più distinte lodi quei buoni sacerdoti, i quali gratuitamente e per puro amore di carità verso i poverelli si affaticano più ore del giorno ad istruirli sui doveri della religione e della società: basta il dire che questo stabilimento è uno dei più utili e dei più importanti della città».

La “Scuola dei Poveri” continuò la sua attività fino a fine Ottocento. L’ultimo maestro fu il Canonico Emanuele Spirito, morto nel 1941. Col nuovo secolo il vecchio edificio religioso divenne alloggio occasionale di truppe di passaggio, sede di cucine economiche per i poveri e, dal 1927 al 1938, sede della Biblioteca Civica. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu poi magazzino di masserizie dei sinistrati dei bombardamenti accolse poi le valigie degli esuli giuliani e, infine, ospitò corsi catechistici e di cultura religiosa nonché conferenze e riunioni.

Alla fine, nel 1962, essendo ormai vecchio e cadente, spogliato dei suoi tesori d’arte, il vecchio edificio religioso fu abbattuto.

Durante i lavori di demolizione fu scoperta, inglobata nel muro absidale, una colonna in pietra del Finale, apparentemente di stile romanico (se si osservano gli elementi ornamentali posti a protezione della base), ma forse scolpita in epoca più tarda: sulla sua superficie era stato dipinto un affresco, probabilmente in epoca quattrocentesca, riproducente la Madonna della Misericordia (da non confondersi con la patrona di Savona) avente ai suoi piedi alcuni fedeli in adorazione. La robusta colonna, lunga 5,70 m. e del diametro di 90 cm, del peso di 12 quintali, fu provvisoriamente sistemata in un cortile sotto il colle del Monticello, nei pressi della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista in San Domenico. Qui rimase abbandonata per alcuni anni finché, nell’estate del 1970, in seguito ad alcuni accordi presi tra la “Società Savonese di Storia Patria” e l’“Ente Provinciale per il Turismo”, grazie all’opera fattiva di Nazario Fancello, Carlo Varaldo e Rinaldo Massucco, il cimelio fu recuperato. La colonna fu così sistemata nel chiostro della Cattedrale di Savona, per gentile concessione del Canonico prof. Lorenzo Vivaldo, Presidente a quel tempo della “Società Savonese di Storia Patria”.


In epoca più recente, in via Mistrangelo, durante alcuni lavori, su quella che doveva essere un tempo la parete di destra della vecchia chiesa, è apparso un affresco che dovrebbe esser stato dipinto tra la fine del Trecento e l’inizio Quattrocento; il dipinto ritrae la Madonna col Bambino e San Giovanni Battista. È questa l’unica testimonianza della presenza, in questo luogo, del tempio scomparso. Là dove un tempo sorgeva l’antica chiesa di san Giovanni Battista, infatti, si erge oggi un moderno e massiccio condominio con un anonimo porticato.

Da rilevare, infine, l’esistenza di un piccolo bassorilievo in marmo bianco posto sopra il portone di piazza Diaz corrispondente al civico n. 3.

La formella, un tempo esistente su di una precedente costruzione posta presso la porta di San Giovanni, è databile al XV secolo e rappresenta, in rilievo, San Giovanni inginocchiato che appoggia la testa in grembo a Gesù Cristo, con, sullo sfondo, un panorama naturale caratterizzato da rocce e alberi. Questo bassorilievo è, oggi, tutto ciò che rimane dell’antica porta cittadina, scomparsa ormai da oltre un secolo e mezzo.
Giuseppe Milazzo




