Esisteva un tempo – qualcuno, forse, lo ricorderà ancora – tra via dei Mille e corso Italia, di fronte al vecchio Cinema “Olimpia”, un bel palazzotto settecentesco, ben noto e conosciuto per il suo passato illustre e per la famiglia che lo aveva posseduto. Quell’edificio, abbattuto nel 1962, è ancor oggi nel cuore di molti Savonesi, simbolo, tra i tanti, di una città ormai scomparsa, ma che continua comunque a vivere nei ricordi e nell’immaginario di quanti hanno amato e amano la nostra città.
La Villa, perchè di un vero e proprio palazzo di villeggiatura si trattava, era di proprietà dei Marchesi De Mari, una delle più illustri e nobili famiglie residenti a Savona nei secoli passati. Di origini genovesi, i De Mari si erano insediati a Savona tra il XVI ed il XVII secolo, inserendosi a pieno titolo nella vita cittadina (alcuni membri della famiglia facevano parte, fra l’altro della “Colonia degli Arcadi Sabazi”, un’Accademia che accoglieva, in un’aura di cultura borghese, tutto il fior fiore del patriziato e della cultura savonesi).

A Savona i De Mari possedevano case e palazzi; vaste estensioni di terreno poste al di fuori delle mura cittadine e nei dintorni risultavano essere di loro proprietà. La gran parte dei loro possedimenti era attestata al di fuori della Porta di San Giovanni e comprendeva una vastissima estensione di terreno che, in pianura, arrivava fino alla Porta Bellaria, fiancheggiando la Passeggiata delle Lizie, stendendosi tra le odierne piazza Giulio II e piazza Diaz, e che, oltre all’area inclusa nell’odierna piazza Diaz, arrivava ad includere tutta la collina della Villetta: campi che erano coltivati ad orto dai contadini dipendenti dei Marchesi (l’antica presenza in questi luoghi della famiglia De Mari è oggi ricordata da una strada ad essa intitolata ed esistente alla Villetta, tra via Poggi e via Montegrappa). Altri terreni i De Mari possedevano sulla collina dei Folconi e sul monte Ornato, come testimonia una piccola lapide ancora murata su un muretto posto a fianco della Chiesetta della Madonna degli Angeli. Sulla collina dei Folconi i De Mari avevano residenza nella villa conosciuta col nome di “La Papessa”, fatta edificare dai Della Rovere nel XV secolo e da essi posseduta fino alla fine del secolo XVIII.
Molti edifici esistenti nel Borgo Superiore erano di proprietà dei Marchesi e, tra questi, spiccava su tutti proprio Villa De Mari, che era utilizzata da questa illustre famiglia patrizia come palazzina di villeggiatura. L’edificio sorgeva nel Borgo Superiore, a pochi metri dalla piazza del Mercato, ed aveva il fronte posteriore affacciato sulla Chiesa della SS. Concezione, su quella strada, cioè, che, intorno al 1910 sarebbe stata intitolata ai leggendari Mille di Garibaldi e che, ancora all’inizio del Novecento, si presentava angusta e logora, caratterizzata da numerosi stallaggi e da modesti e vecchi fabbricati, oggi totalmente scomparsi. La facciata principale dell’edificio, circondata da un grande giardino che sarebbe stato sacrificato all’espansione edilizia cittadina di fine Ottocento e degli inizi del Novecento, dava invece sull’odierno corso Italia, di fronte a quello che è attualmente il palazzo della Cassa di Risparmio di Savona e che fino agli anni Settanta fu sede del cinema Olimpia.

Il palazzo De Mari era stato eretto agli inizi del Settecento. I Marchesi avevano deciso di costruirlo in questo luogo e di farne la loro sede abituale in virtù delle caratteristiche rurali e suburbane della zona; caratteristiche che, sebbene in forma decisamente meno vistosa rispetto ad altre ville fatte edificare dalle famiglie patrizie genovesi ad Albisola o ad Albaro, a Sampierdarena e a Cornigliano, non potevano non rappresentare un elemento di qualificazione e di richiamo anche per i De Mari.
Nella Villa, come raccontano le cronache, aveva trovato ospitalità Carlo Emanuele III, Re di Sardegna, ed aveva trovato sede il quartier generale del Conte Della Rocca durante l’assedio posto dai Piemontesi alla fortezza del Priamar, nel 1746. Entrato nella città appena conquistata, il Re aveva trascorso nel palazzo De Mari la notte del 15 settembre di quell’anno; la mattina successiva, era poi ripartito alla volta di Legino.
Fin da quell’epoca, dunque, l’edificio doveva costituire una delle dimore nobili più splendide ed accoglienti tra quelle presenti in città.

Secondo quanto scrive G. B. Nicolo Besio, tra il 1770 ed il 1771 il Marchese Stefano De Mari, figlio del defunto Gerolamo De Mari, fece restaurare ed abbellire il palazzo, sistemando a parco e giardino l’area antistante la facciata d’ingresso della Villa e acquistando altresì alcuni terreni posti nei pressi della via della Tagliata, sul lato sinistro dell’attuale piazza Diaz: nei pressi, cioè, di quell’antichissima strada che si partiva dal Fosso e, passando per Negrotto e Valloria scendeva ad Albisola (ricordata oggi dall’omonima via esistente tra via Montegrappa a via Amendola). Secondo quanto scriveva ancora anche nelle “Memorie” il sacerdote savonese Domenico Gardone, il Marchese fece «dipingere la Casa di sua villeggiatura e tutte le Case che le fanno ala da ambe le parti».
Ma ecco come veniva descritto il bell’edificio patrizio dei De Mari nel Registro del Catasto redatto il 21 settembre 1798 e conservato nel Civico Archivio di Stato: «casa di villeggiatura di due piani con piccolo ammezzato all’ala dritta, sotto confini da levante del Borgo Superiore e dalle altre parti della casa e del giardino del denunciante, del valore di 7500 Lire». Il palazzo aveva una estensione di circa 8000 metri quadri.
A tramontana della Villa era un’altra casa (del valore di 4675 Lire), a questa attigua, a due piani e pianterreno, confinante oltre che col giardino, col Borgo e con una crosa. A Sud del palazzo di villeggiatura e ad esso annessa, era poi la porzione di un casamento con quattro appartamenti (del valore di Lire 4825), confinante sul davanti con la strada, a ponente con gli orti e di fianco con la Locanda De Mari. La Locanda, di proprietà dei Marchesi (del valore di Lire 7500), era posta a Sud del predetto fabbricato e ad esso attigua, era a due piani e pianterreno e confinava sul davanti con la strada, dietro con gli orti e a Sud con un’altra casa del Borgo. Le case, poste dirimpetto al palazzo De Mari sulla via per Torino (odierna via dei Mille), contigue al Monastero delle Monache della SS. Concezione, erano di proprietà dei Marchesi e ospitavano botteghe e appartamenti dove vivevano i contadini che lavoravano le terre circostanti. L’area che è oggi occupata dal Teatro Chiabrera e il piazzale ad esso antistante era infatti a quel tempo caratterizzata da un vasto campo coltivato ad alberi di moroni e di gelso, conosciuto col semplice nome di “Prato” o “Pratino”; confinante a Nord con la salita della Tagliata e a Sud con la crosa delimitata dalle mura cittadine, il “Prato” era stato sistemato dai De Mari nel 1770 ed aveva un valore di 3125 Lire. Di fronte al “Prato”, affacciato sulla strada della Tagliata, era infine una porzione di casamento a due piani, costituito da tre appartamenti e tre botteghe, magazzini e da una fabbrica di sapone con un annesso piazzale.
Occupata la città dai Francesi in epoca napoleonica, Villa De Mari divenne l’alloggio ufficiale del Generale Laharpe, arrivato a Savona con altri Generali ed ufficiali di Stato Maggiore il 4 gennaio 1796. Nel settembre del 1799 vi pernottò inoltre il Generale Championnet, Capo dell’Armata d’Italia.

In quel periodo la Villa era di proprietà di Onorato De Mari. Di lui e del palazzo scriveva nel settembre del 1805 il Prefetto del Dipartimento di Montenotte Hugues Nardon riferendo all’Arci Tesoriere del Regno a Genova: «…il palazzo De Mari è uno stabile abitato dal suo proprietario non piú di due mesi all’anno. Questo proprietario, prima del mio arrivo, l’aveva già rifiutato, e con una punta di sarcasmo, al Generale Comandante Militare di questo Dipartimento… Il suo palazzo ed il suo giardino sono certamente quanto vi è di piú splendido in Savona… Tutti, qui, criticano ferocemente Onorato De Mari… Egli, proprietario di molta parte della periferia della città, sembra essere stato costantemente l’oppressore di Savona. Sia una strada, una piazza, una passeggiata, se egli l’ha desiderata se l’è fatta costruire! Quanto alla sua condotta politica si raccontano cose orribili. A seguito del suo modo di pensare, egli si rifiuta di cedere locali di sua proprietà al Primo degli Amministratori Francesi e contemporaneamente affitta a diversi privati il suo palazzo o una parte di esso. Ino non credo a tutto quello che si racconta di lui, vorrei almeno ritenere che questo suo comportamento fosse attribuibile ad una sorta di ignoranza, ma i rapporti fattimi dal Generale Debelle o dal Capo della Gendarmeria sono forti e pesanti. Neppure gli abitanti di Savona prendono mai le sue difese e persino i suoi antichi amici gli suggeriscono una condotta improntata ad una maggiore moderazione».
Ad ogni modo, qualcosa nell’atteggiamento del De Mari dovette modificarsi se, nel 1806, accettò di offrir sistemazione all’interno dell’edificio al Conte Chabrol de Volvic, giunto a Savona in qualità di Prefetto napoleonico del Dipartimento di Montenotte: una proposta che questi accettò senza indugio. Nel 1809, infine, si insediò nel palazzo, passato a Stefano De Mari, il Vescovo Vincenzo Maria Maggiolo, avendo egli dovuto abbandonare il Vescovato, occupato da Papa Pio VII, a quel tempo tenuto prigioniero da Napoleone a Savona.
Nei primi decenni dell’Ottocento Villa De Mari apparteneva a Gerolamo De Mari, cugino del Vescovo Agostino Maria De Mari. In quegli anni il palazzo fu per lunghi anni la residenza prediletta della Regina Maria Cristina Teresa di Borbone, Infanta delle Due Sicilie; la Regina, figlia di Ferdinando I Re delle Due Sicilie e di Carolina, era nata a Napoli nel 1779 ed era restata vedova di Carlo Felice di Savoia il 27 aprile 1831: qui, nel salubre clima della Riviera Ligure, veniva spesso a cercare ristoro alla sua malferma salute. E qui ella sarebbe spirata settantenne alle tre e mezzo del mattino del 12 marzo 1849, assistita dal medico Francesco Zunini, all’epoca Sindaco di Savona. A quel tempo la Villa era di proprietà del Marchese Ademaro De Mari. La salma della Regina fu in seguito trasportata nell’abbazia di Altacomba in Savoia e collocata in un sepolcro a fianco del marito. Avendo la Regina lasciato un legato per la celebrazione di una Messa Anniversaria alla Parrocchia nel cui ambito fosse defunta, questi divenne oggetto di un’aspra contesa tra la Parrocchia di San Giovanni Battista e il canonicato della Cattedrale cittadina, lite che si trascinò per lungo tempo. Nel 1852, infine, la Curia Vescovile sentenziò che il legato spettasse esclusivamente alla Chiesa di San Giovanni Battista, sorgendo il Palazzo De Mari nell’area compresa da detta Parrocchia.

Abbattute le antiche mura cittadine nella prima metà dell’Ottocento, Savona aveva nel frattempo iniziato ad ingrandirsi. Nel 1855 l’Amministrazione Comunale aveva definito un primo piano regolatore che, subito dopo, aveva però dovuto subire alcune sostanziali ed importanti modifiche. Per iniziativa di Luigi Corsi, Sindaco di Savona dal 1861 al 1874, fu dunque realizzato un piano di varianti e, in base ad esso, il Comune acquistò dal Marchese Marcello De Mari, Senatore del Regno d’Italia, un’area di ben 55.351 mq.: nel volgere di pochi anni su quella vasta estensione di terreni, compresa approssimativamente nella zona situata ad Ovest della Porta Bellaria e della Passeggiata delle Lizie, tra le odierne piazza Giulio II e piazza Diaz, nacquero così nuove piazze e vie eleganti, circondate da edifici moderni destinati ad uso abitativo. Al Marchese De Mari rimase la proprietà della Villa da lui posseduta nel Borgo Superiore, esistente a pochi metri dalla piazza del Mercato, il cui fronte posteriore era affacciato sulla Chiesa della SS. Concezione e la cui facciata principale, all’epoca circondata da un vasto ed elegante giardino, dava invece sull’odierno corso Italia, di fronte a quello che è attualmente il palazzo della Cassa di Risparmio di Savona e che fino agli anni Settanta fu sede del cinema Olimpia.
In quello stesso periodo, su progetto dell’architetto Giuseppe Cortese, Villa De Mari fu restaurata ed innalzata di un piano. Proprio al Cortese erano da attribuirsi sia la nuova facciata dell’edificio, di semplice decorazione, come pure la piccola Cappella. Contemporaneamente venne anche sistemato a parco e giardino all’inglese tutto il vasto terreno antistante il palazzo, piantandovi, tra l’altro numerose piante d’aranci e di alberi d’alto fusto. Il parco, che aveva il suo ingresso principale sull’attuale piazza Mameli (all’epoca denominata piazza Paleocapa), era compreso tra le attuali via dei Vegerio, il tratto di via Paolo Boselli tra il largo Vegerio e la piazza Mameli, un fianco di questa piazza, via Cesare Battisti, via Pertinace e piazza Diaz.

Il perimetro del parco, tra piazza Mameli e piazza Diaz appariva cintato da una elegante cancellata in ferro, lunga circa 500 m., interrotta ad intervalli regolari da colonne marmoree (due di queste colonne sono ancora visibili in piazza Diaz, nello spazio esistente tra due palazzi in corrispondenza del civico n. 68 rosso, nel punto dove, fino a pochi anni or sono, si trovava ubicato l’ingresso del collegio delle Suore della Purificazione). Va ricordato, a questo proposito, come nei giorni immediatamente successivi alle rovinose scosse del terremoto del 23 febbraio 1887 gran parte della popolazione savonese visse per qualche tempo accampata in tende di fortuna montate proprio nelle vaste aree sistemate a giardino di proprietà della famiglia De Mari, per l’occasione aperte al pubblico e messe a disposizione della cittadinanza.
Interessante la descrizione che di Villa De Mari e del suo parco ci fornisce una pubblicazione del 1868: «Il palazzo De Mari come quello che serve ad uso di villeggiatura ha un vasto giardino ridotto recentemente secondo il costume inglese e il di cui perimetro dal lato prospiciente verso la parte nuova della città ha una lunga cancellata chiusa ad intervalli da colonne in marmo che fanno un bellissimo contrasto col verde dei folti alberi d’arancio. Le sale del palazzo sono eleganti per grandiosità e per le pitture ornamentali eseguite da artisti genovesi. La facciata del palazzo, che fu recentemente rialzato d’un piano con basamento fatto in pietra di Finale, è sullo stile classico italiano del Cinquecento, opera dell’architetto Giuseppe Cortese».
Da ricordare, ancora, le annotazioni di Nicolò Cesare Garoni, che scriveva nella seconda metà dell’Ottocento: «la galleria del palazzo, per la quale si scende nei giardini, fu dipinta mirabilmente alla raffaellesca dal Bruno, e la sala americana, nella quale i fratelli Leonardi dipinsero paesaggi, è una magnificenza». Altri affreschi presenti nell’edificio erano invece attribuibili al Ferrari. Il palazzo, infine, come recitano ancora le “Guide cittadine” del tempo, era altresì «fornito di una grandiosa ed elegante scuderia con rimessa».

Intorno al 1915 i Marchesi De Mari vendettero al Comune di Savona tutta l’area antistante la loro Villa, là dove esisteva il grande giardino all’inglese che, per tanti anni, aveva costituito un prezioso “polmone verde” per la città. Al suo posto, a poco a poco, tra l’odierna piazza Mameli, via Paolo Boselli, via Vegerio, piazza Diaz e corso Italia sorsero così eleganti fabbricati dal gusto eclettico, arricchiti da bow windows cementizi, da terrazzini con tetti gugliati alla francese e da mascheroni neobarocchi: d’un colpo venne così cancellato anche il ricordo di ciò che era stato per lungo tempo il parco De Mari. Il Comune di Savona si rifiutò altresì di acquistare la storica villa patrizia per non contrarre un debito di un milione di Lire.
Agli inizi della Prima Guerra Mondiale il palazzo fu mutilato della sua ala sinistra, posta lateralmente verso piazza Marconi, per far posto all’“Hotel Savona”. Chiusa e quasi seminascosta in mezzo ai nuovi edifici da poco eretti, Villa De Mari divenne, tra il 1917 e il 1933, sede provinciale delle Regie Poste e Telegrafi; successivamente, ospitò gli uffici del Distretto Militare e quindi del Circolo Ferrovieri.

Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale Villa De Mari appariva cadente ed assolutamente bisognosa di riparazioni e restauri tanto che, ad un certo punto, il Circolo Ferrovieri si ritrovò costretto a lasciarlo, a causa delle precarie condizioni di stabilità in cui versava a quel tempo l’edificio. In quegli anni il palazzo ospitava alcune famiglie che vi avevano regolare residenza nonchè alcuni esercizi. Tra gli altri, ricordiamo: sul lato di corso Italia il negozio di forniture per ufficio Scarrone, il chiosco di fiorista gestito da Silvana Grasso, lo studio di fotografia Fotograzia di Grazia Astegiano Vintera e l’officina di fabbro ferraio Saccone; sul lato di via dei Mille, invece, esisteva invece un negozio di commestibili ed il negozio di mobili Mariani.

Fu dunque all’inizio degli anni Cinquanta che, ritenendo poco conveniente riparare l’edificio, considerandolo «oramai in condizioni di stabilità e igieniche non più risanabili sia dal punto di vista tecnico che economico», i proprietari della Villa, gli eredi di Lorenzo Molinari, avanzarono la richiesta di poterla abbattere per dar luogo al suo posto alla costruzione di un nuovo palazzo, al «risanamento totale di una delle aree più centrali di Savona». I loro piani furono però momentaneamente ostacolati dalle decisioni della Soprintendenza. Ritenendo infatti che la Villa rivestisse un qualche interesse storico per la città, il 17 dicembre 1953, con decreto del Ministero della Pubblica Istruzione, Villa De Mari venne posta sotto vincolo di tutela; il 16 aprile 1957, poi, la Sovrintendenza ai monumenti della Liguria si disse contraria alla possibilità che la settecentesca Villa potesse essere demolita o modificata nelle sue strutture originarie. Poco dopo, però, inaspettatamente, l’opinione dei dirigenti della Sovrintendenza su questo argomento subì un radicale cambiamento: nuovamente interpellati, deliberarono che il palazzo non rivestisse un tale interesse artistico da poter giustificare il vincolo precedentemente da essi stessi espresso. A seguito, dunque, di una nuova istanza presentata dai proprietari del palazzo intesa ad ottenere la revoca del decreto di tutela, giustificata dal fatto che l’immobile si trovava in cattivo stato di conservazione, con un decreto emesso il 28 marzo 1958 il Ministero della Pubblica Istruzione, su conforme parere della Sovrintendenza ai monumenti della Liguria, decise dunque di revocare ed abolire qualsiasi tipo di vincolo su Villa De Mari. Il professor Italo Scovazzi, nominato in qualità di perito, dopo aver compiuto un sopralluogo nei locali della Villa stese una relazione dettagliata in cui, tra l’altro, confermò come l’edificio, nel corso degli ultimi anni, avesse «subito danni irrecuperabili» e si trovasse ormai «in stato di grave deperimento»; gli unici elementi artistici di un qualche valore presenti nell’edificio erano costituiti, a suo parere, da tre soffitti recanti «mediocri decorazioni pittoriche della metà dell’Ottocento» e da un balcone del Settecento. In conseguenza di ciò, nel 1959, i proprietari dell’edificio presentarono al Sindaco di Savona regolare domanda al fine di poter realizzare una nuova costruzione che avrebbe dovuto sorgere al posto della vecchia Villa De Mari, destinata così ad essere abbattuta. Il progetto fu elaborato e approvato da tutti gli organi competenti. Nonostante da più parti si levassero voci di protesta in difesa dello storico edificio, da parte di quanti si dicevano convinti che il palazzo potesse essere suscettibile di ampi restauri e che la sua stabilità fosse acclarata, le richieste di tanti Savonesi affinchè la Villa fosse salvata non furono accolte. Il Comune non ebbe motivo alcuno, come scrisse il Sindaco di Savona, per negare la richiesta licenza edilizia: l’Assessore ai Lavori Pubblici Sergio Cerrato dovette a malincuore dichiarare pubblicamente che la commissione edilizia e la civica Amministrazione Comunale non avevano i poteri per impedire la demolizione di palazzo De Mari. La sua sorte fu così irrimediabilmente segnata.
Nel 1962 Villa De Mari venne dunque demolita per far luogo alla costruzione di un moderno fabbricato, il Condominio Savona Centro, oggi esistente tra corso Italia e via dei Mille.

Con la distruzione di quel nobile e bellissimo palazzo, come troppe volte si verificò nel corso del Novecento, se ne andò un altro pezzo importante della vecchia Savona. Una Savona che oggi, purtroppo, sopravvive soltanto in qualche fotografia ingiallita e nei ricordi di chi é anziano.
Giuseppe Milazzo


