La “Processione delle cassette”… C’è qualcuno, a Savona, che ancora se ne ricordi?

I più giovani, sicuramente, non sapranno neppure di cosa stiamo parlando. Eppure, quella delle “cassette” fu una delle tradizioni più famose per la nostra città, attesa, un tempo, come si poteva aspettare la Fiera di Santa Lucia, con emozione ed entusiasmo.
Non sappiamo quando questa consuetudine ebbe inizio. Con tutta probabilità, però, possiamo ipotizzare che sia nata nella prima metà dell’Ottocento, dopo la fine del periodo napoleonico, e si sia affermata con grande successo nei decenni successivi.
Ma ecco come si svolgeva: la sera del Giovedì Santo, durante la Settimana Santa, i bambini appartenenti alle famiglie più facoltose e nobili di Savona scendevano in strada e, percorrendo lo stesso identico percorso che sarebbe stato seguito la sera successiva per le vie della città, portavano “in processione” le copie e i modellini in legno lavorato delle casse del Venerdì Santo, autentiche riproduzioni ridotte, in miniatura, dei gruppi artistici più grandi e famosi. Come la processione “maggiore”, anche quella delle “cassette” si svolgeva con grande solennità. Le casse venivano portate tra le mani dai primogeniti di quelle famiglie che si potevano permettere il lusso di pagare un artista, capace di realizzare quei piccoli, ma splendidi capolavori, realizzati in terracotta, in legno e in cartapesta. Come i membri delle confraternite, anche i bambini indossavano le “cappe” e percorrevano incolonnati le strade della città reggendo dei ceri, delle torce, cantando e salmodiando in un tripudio di incenso e di fiori.


Giuseppe Cava, il famoso poeta savonese – che non poteva dirsi certo un uomo pio e devoto, convinto com’era dell’esistenza del gran nulla dopo la morte – era comunque profondamente affezionato a questa tradizione e ne volle parlare in un suo famoso articolo apparso sulla pagina savonese del giornale “Il Lavoro” il 6 aprile del 1939:
«Il giovedì sera si snodava per la città la processione delle “cassette”, portate da bambini sui dieci, dodici anni. Una riproduzione in piccolo dei gruppi artistici di quella del Venerdì Santo. Una parodia scomparsa, nella quale figuravano molti doppioni dello stesso gruppo e parecchi di squisita fattura, che in molte case ancor si conservano e che starebbero bene riuniti in una sala del Museo o della “Campanassa”. Non mancavano né le torce, né i tamburi e nemmeno la schiera dei chierichetti, coi fumiganti turiboli, attorno alla «cassa della Santa Croce», posseduta da un certo “Rattìn”, notissimo usuraio.


Organizzatore della processione delle cassette, fu per moltissimi anni un fabbricante di ceri, certo signor Ferretti detto “il Dritto” per distinguerlo da altro suo fratello pure fabbricante di cere e soprannominato “lo Storto”. Ferretti “il Dritto” era un buon uomo e capeggiava tutte le processioni, ma quella dei piccoli del Giovedì Santo era la sua passione, malgrado che organizzarla gli costasse un vero ammattimento. Figuratevi qual cumulo di pazienza occorreva per mantenere in ordine tutti quei ragazzi e farli filar diritti, per quanto vi si prestasse di buzzo buono! Non ci voleva che lui e infatti dopo la sua morte non si trovò più alcuno che volesse sobbarcarsi all’ardua fatica. E, dal punto di vista della serietà, fu un bene.


Coadiutore del buon Ferretti, era il ben noto “Checco o nason”, il più bel naso rubizzo di tutta Savona, portatore di stendardo in tutte le processioni e in tutti mortorii, alto e corpulento, che disimpegnava le funzioni di gendarme dell’ordine, tenendo a freno i più riottosi e impedendo che posassero in mezzo alla strada le “cassette” e s’azzuffassero come mastini.


La processione delle “cassette” rappresentava una attrattiva del mondo piccino, sia per coloro che vi prendevano parte, sia per gli altri che si schieravano lungo il percorso. La città era piccola e la gente si conosceva fra loro. Tanto più i ragazzi, che vedendo passare i compagni serii e tronfi li chiamavano per nome e li berteggiavano, ricevendo strattoni e schiaffi dalle mamme, scandalizzate dalla loro impudenza. Devo, però, aggiungere che anche i grandi vi si divertivano, considerandole come un saggio della grandiosa e solenne processione dell’indomani».


Come confermava anche Giuseppe “Pippo” Callandrone, il Direttore della pagina savonese de “Il Lavoro” negli anni Trenta, che della processione delle “cassette” trattò in un altro articolo sul suo giornale, quella consuetudine divenne, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, un modo, per molte famiglie savonesi, per “mettere in piazza” ed esporre i propri “titoli di nobiltà”, acquisiti in realtà solo per censo e ricchezze spesso da poco accumulate. A poco a poco, quella che doveva essere una manifestazione di devozione religiosa divenne un’occasione di divertimento un po’ sguaiato e chiassoso. E i ragazzini di famiglie diverse che si ritrovavano a portare tra le braccia dei modellini riproducenti lo stesso soggetto finivano spesso e volentieri per affermarsi l’un l’altro, anche con espressioni colorite, la rispettiva superiorità della propria “cassetta”, per bellezza, colori e fattura. Callandrone ricordava di aver assistito, da ragazzo, ad una di queste discussioni sorte nel corso della processione tra due illustri rampolli di famiglie della buona società savonese: una discussione che era finita per sfociare in una micidiale scazzottata in mezzo alla strada, tra i lazzi e gli urli di incitamento dei loro coetanei.


Così, quando morì il buon Ferretti e, nello stesso periodo, scoppiò la Prima Guerra Mondiale, la tradizione della processione delle “cassette” finì per interrompersi bruscamente e per sempre. E, come convenivano sia Callandrone che Cava, «dal punto di vista della serietà, fu un bene». Le “cassette”, così, sopravvivono oggi soltanto nei solai di qualche vecchio palazzo cittadino o nei depositi di qualche facoltoso antiquario savonese.
Giuseppe Milazzo




