È Natale!!!
Anche quest’anno, come si suol dire, ci siamo arrivati… Un po’ acciaccati, con qualche euro in meno nelle tasche, ma ci siamo!!!
Mi pare bello, in quest’occasione, riproporvi i testi di due articoli del celebre autore dialettale savonese Giuseppe Cava, più noto con il soprannome di Beppìn da Cà (12 marzo 1870 – 30 marzo 1940), apparsi sul giornale Il Lavoro negli anni Trenta. Gustateveli, ne vale la pena!
Il primo articolo s’intitola “Presepi d’un tempo”. Fu pubblicato sulla pagina savonese de Il Lavoro il 17 gennaio 1936 e ci offre uno splendido affresco della tradizione natalizia così come veniva celebrata nella Savona degli anni Ottanta dell’Ottocento. Riguardo al Presepe dei Cappuccini, scriveva Filippo Noberasco nel 1915: «ampio, vago, artistico, ricco di sfondi, lontananze, illusioni, con pastori e Magi classici, dai costumi anacronistici, com’era usanza dei Presepi patrizi del Settecento». Le figurine a manichino realizzate probabilmente in epoca tardo settecentesca, vestite con stoffe d’epoca, costituiscono ancora oggi, agli occhi di tanti Savonesi, uno dei tesori più preziosi della chiesa della Villetta.
«Ancora pochi giorni, poi, con l’alba del Sant’Antonio, i Presepi verranno smontati e riposti in solaio sino al prossimo Natale. L’angolo della stanza in cui vennero costruiti rimarrà vuoto e triste. La mistica melanconia della statica raffigurazione del grande prodigio di Betlemme esulerà dalle pareti domestiche, cacciata dall’irrompente carnevale, non più pazzo e bisboccione, ma anch’esso malinconico e grigio come tutte le tradizioni di un passato ormai inesorabilmente sormontato da concezioni utilitarie e dinamiche della vita.
Tuttavia è sempre dolce ricordare ciò che a noi fu caro e ci lasciò indelebile impronta nell’animo; ricordare così, semplicemente, anche senza le rosee azzurre colorazioni nostalgiche. Ricordare per pura associazione d’idee, come mi accadde visitando il Presepe di un ingegnoso amico, che mi riportò ai tempi della mia fanciullezza, quando quasi in ogni casa non mancava la capannuccia coi sacri personaggi e il Gelindo ginocchioni sulla soglia. Ah, quel Gelindo! Che simpatico e caro vecchietto per noi bimbi d’allora. Era la figura centrale, indispensabile del Presepe, e riassumeva in sé tutta la moltitudine adorante. Il pastore col capretto sulle spalle, la rubizza caldarrostaia, lo spaccalegna, il mugnaio, il cieco mendico col cane, tutte figurine che si agognava di possedere e mettere in bella vista; ma Gelindo era Gelindo e non vi era posto a raffronti e sostituzioni. Mancando lui, anche il presepe era mancato.
Dei Presepi d’una cinquantina d’anni or sono e più, il primato spettava a quello dei frati Cappuccini, che costruivano dalla parte sinistra della lor chiesa, utilizzando il lunato finestrone, quale sfondo effettivo di cielo e di monti, e il grand’arco murario, dandogli l’aspetto di grotta, sotto il viluppo di cartastraccia spruzzata, imitante masse di scogli sui quali correvano sentieri calcati da figurine accorrenti con doni verso la stalla splendente di luce, ove il Bambino ignudo sopra un bianco telo stava esposto all’adorazione dei pastori di legno scolpito e vestiti con minuscoli abiti di varie fogge. Di conseguenza, l’effetto grandioso calcolato dagli ideatori non mancava – specie verso sera allorché veniva inondato dalla porpora e dall’oro del tramonto – e richiamava grande folla di ammiratori e di mamme desiderose di far recitare ai loro piccini la poesia pazientemente fatta loro apprendere, e che poi recitavano impappinandosi, intimiditi dai tanti sconosciuti intenti ad ascoltare il prodigio di declamazione.
Ora il Presepe viene costruito nell’interno del chiostro, sempre curato e copioso di figure, senza però raggiungere l’artistica prestanza dell’altro. La folla vi accorre sempre in curioso pellegrinaggio e vi son bimbi che declamano arrossendo come rose scarlatte e mamme che si stizzano e si fan di bragia alla lor volta per le papere di cui i loro piccini traditori gratificano il celeste pargoletto. Ma hanno torto di adontarsene. Il Bambino è troppo piccolo per rilevare simili inezie e sorride egualmente ai paperaioli e agli altri bimbi meno loquaci che gli inviano baci con le manine rosee e grassottelle.
Ma se il Presepe dei Cappuccini si arrogava il primato, altri ve n’erano fra i Presepi dei cittadini che assurgevano a vere opere d’arte. Ricordo quello dei fratelli Tremoize – uno provetto falegname e l’altro decoratore, abitanti di fronte alla chiesa di Sant’Andrea – che era oggetto di ammirazione. Belle le statuette di terracotta e ben disposto l’insieme con giochi di specchi che ne moltiplicavano l’imponenza e gli davano effetti sorprendenti. Altrettanto degno di esser rimarcato il Presepe di Capitan Sguerzo in via Forni per la cura con cui il vecchio lupo di mare vi si dedicava e che occupava un’intera stanza della sua abitazione. Egli ne aveva fatto la sua passione e l’orgoglio della sua vita; una passione simile a quella di Capitan Minuto il quale vive per il godimento di comandare, durante le tre ore della processione del Venerdì Santo, la cassa della Deposizione dalla Croce, e tutto l’anno ne cura l’ornamento e i restauri quasi fosse sua. Belli pure i Presepi dei fratelli Cabutto, con statuette vestite fatte venire dalle Puglie e dal Napoletano; dei Folco e di molti altri di cui mi sfuggono i nomi. Ma sopra ogni altro, caratteristico, quello meccanico di Pedrìn, l’intagliatore di via Sansoni, che se l’era costruito tutto da sé, pezzo per pezzo, con infinita pazienza e buon gusto, sebbene con uno sbalorditivo precorrimento del tempo, tale da fargli insinuare nella sacra raffigurazione nientemeno che il treno, il quale tra fischi, sbuffi e suoni di tromba, attraversava in tutta la sua lunghezza il Presepio, dove pure in un angolo si muoveva sotto un getto di acqua vera un bel mulino da cui uscivano ometti carichi di sacchi di farina. La visita al Presepe meccanico era a pagamento: un soldo a testa. E noi vi andavamo per veder passare il treno e contemplare il mulino, acclamando il prodigio del quale chiedevamo con insistenza il “bis”, contenti come pasque, malgrado il buon Pedrìn volesse a sua volta il “bis” della palanchetta. Era un gran sacrificio per le nostre povere tasche: ma che importava! Il godimento valeva la spesa e uscivamo sulla via vociando i nostri commenti e la nostra piena soddisfazione.
Dei vecchi Presepi che formarono la nostra ammirazione infantile, ora non esiste altro che il ricordo. Tutto il materiale e le statuette di cui eran composti è andato disperso e i loro autori dormono da anni l’eterno sonno. Il treno sta cedendo lo scettro alla trazione col motore a scoppio e i mulini ad acqua dormono abbandonati e cadenti sui margini dei canali disseccati. Di Presepi se ne fanno ancora nelle case e anche di veramente belli.
Solo la candida ingenuità con cui ad essi ci accostavamo non può essere sostituita».
Il secondo articolo di Cava s’intitola invece “Ricordi di Natale” e fu pubblicato sulla pagina savonese de Il Lavoro il 24 dicembre 1939. Rispetto al precedente articolo, scritto quasi quattro anni prima, i tempi erano inesorabilmente mutati. A settembre le armate di Hitler avevano occupato Danzica, dando inizio alla guerra. Scriverà Cava in occasione di quel San Silvestro: «nessuno esita ad unirsi al grande evviva» per la fine del 1939, nonostante «l’anno novello nasca sotto auspici sanguinosi e allo scoppio dei turaccioli si uniscano gli scoppi delle bombe ed il rombare dei cannoni». Era dunque, questo, un Natale incredibilmente diverso dagli altri, caratterizzato da un senso di angoscia e di cupa attesa per l’avvenire. L’autore, così, in questo suo scritto, si rifugia nel privato, ricordando le atmosfere dei Natali trascorsi in famiglia tanti anni prima, quando i genitori erano ancora in vita e grande era l’aspettativa per il futuro. Ma anche questa rievocazione, apparentemente serena e consolatoria, si chiude inaspettatamente con una nota dal sapore tragico, profondamente realistica, a spezzare il clima lieto che pareva instaurato. «A l’è na roea ca gia» pare suggerirci il poeta, che avverte l’approssimarsi della fine. Altre esistenze, altre vite verranno. E il mondo andrà avanti.
«Ecco un altro Natale. Un Natale grigio, scialbo, non più avvivato dalla curiosità e dall’aspettativa grande, né dal fervore mistico dell’avvenimento inconsueto.
Ormai son passati gli anni degli entusiasmi, e la gaia incognita cui tendeva la mente, pensando a doni dei congiunti che avrebbero allegrato la gioiosa ricorrenza, non ha più fascini seduttori. Il tempo corrode, livella, smorza, annebbia ogni cosa.
Quante preoccupazioni per la letterina ricamata in oro con il bambino in alto entro una mistica rosa che s’apriva, e quanti sotterfugi per riunire insieme i soldi per comprarla bella, la più bella che il cartolaio esponeva in vetrina. E quando s’era riusciti a comprarla, che saggio diligente di calligrafia nel vergare le frasi affettuose dettate dal maestro, quasi quelle lettere tracciate con cura meglio dovessero esprimere il contenuto delle parole augurali di benevolenza e di devozione figliale.
Il piccolo cuore ingenuo palpitava nei polpastrelli ponendola sotto il piatto del padre che fingeva di scoprirla a caso e si metteva a leggerla commosso sino ai lucciconi, che gli facevan aprir le sue braccia entro le quali ci gettavamo esultanti come se dischiudessero un’oasi del paradiso dal quale quel giorno il bambino era sceso fra il Gloria in excelsis Deo dei pastori, disposti nell’angolo della sala attorno alla capanna, sopra un suolo di muschio e fra montagne di carta straccia spruzzata di tinte vive, disseminate di casupole e di ponticelli.
Quanta poesia intima, raccolta in quel solenne momento! Che ingenua purezza di sentire, e quanto amore diffuso intorno al desco natalizio, fragrante d’appetitosi aromi e scintillante di bicchieri e di stoviglie disposti con garbo, con accanto la candida salvietta e le posate lucenti sulla tovaglia nivale dei grandi eventi!
E quante frasi affettuose e dolci! Quali risate schiette, squillanti, destate dalle curiose osservazioni, allorché il trinciante squartava il grasso cappone, il quale ancora la vigilia, dalla cucina, legato ad una gamba del tavolo, ci aveva inviata la sua diana arrochita, inconscio della fine imminente!
Ma nulla vinceva l’apparire del trionfante Pandolce, troneggiante nel centro dell’ampio vassoio fra confetti, dolci e pezzi di torrone, salutato dal colpo secco del turacciolo della bottiglia di moscato che riempiva i bicchieri d’oro liquido frizzante, mitragliato dai nostri occhi vividi e ingordi di piccoli ghiottoni.
Allora la festa raggiungeva l’apogeo. Gli stomachi satolli s’allargavano in piena beatitudine d’estasi gastronomiche, mentre la dolcezza del biondo spumante solleticando l’ugola destava il canto di osanna nelle gole giovanili e appesantiva le palpebre dei nonni felici e lieti che s’appisolavano cullati dalla garrula ninna nanna della nidiata rampollata dal loro vecchio sangue.
E la sera scendeva lenta, mentre nel camino saltellavano simili a folletti le ultime fiamme del ceppo consunto, vivido di braci occhieggianti come pupille d’ardenti rubini di fra la cenere bianca e calda, com’era calda di affetto e di letizia l’atmosfera della sala in cui s’era consumato il pranzo natalizio.
E si continuava a spiluccare, a bere e a cantare, anche quando la sera era di già scesa, trattenuti attorno al desco dall’intima concordanza dei cuori, finché le tenebre della notte non urgevano ai vetri delle finestre, trattenute dal chiarore dell’amica lampada famigliare, prolungando il convivio sino alle ore gravi del sonno.
Le piccole ore lanciate nell’aria quieta delle torri annunciavano che la festa era finita, che una lunga serie di giorni sarebbe trascorsa prima che la famiglia potesse riunirsi ancora in allegro simposio affettivo. La fatidica data sarebbe ricomparsa, ma forse qualcuno dei presenti, malgrado il fervore degli auguri, non avrebbe risposto all’appello.
Oh, i Natali in cui rimane attorno al desco un posto vuoto!
Che tristezza!
Ma la vita ripiglia il suo andare, e al posto d’una testa canuta siederà una testa bionda. Il Pandolce ricomparirà in mezzo al vassoio trionfale fra i dolciumi e lo spumante solleticherà di nuovo le ugole al canto di osanna alla famiglia e alla vita che in essa si perpetua».
Giuseppe Milazzo




