Esiste una somiglianza strutturale tra le fiabe di magia e le storie dei miracoli sportivi, data soprattutto dalla similitudine e la fissità del loro arco narrativo: entrambe partono da una situazione iniziale di difficoltà, spesso di estrema difficoltà, e mettono in scena una risalita inesorabile e incredibile, intervallata da prove di forza. Entrambe prevedono un sistema di personaggi abbastanza fisso, fatto di caratteri stereotipici. Questo le rende estremamente semplici, riconoscibili e chiare nelle loro intenzioni morali. Lo sport rappresenta un terreno elettivo per narrazioni di questo tipo, tanto che i racconti dei miracoli sportivi hanno praticamente saturato il mercato più grande dei racconti sportivi negli ultimi trent’anni. Quando una storia avviene nella realtà allora non si può non rendergli tributo, e infatti un film sul Leicester è stato annunciato ancora prima che la squadra riuscisse a vincere il titolo. Le storie dei miracoli sportivi ci rassicurano sul fatto che nella vita il successo non è negato a nessuno, a patto che non si smetta mai di lavorare duro, essere umili, crederci sempre. La parola “miracolo” è spesso abusata. Nel calcio italiano, per esempio, basta una buona parata per gridare al miracolo del portiere. Ma stavolta siamo davanti a un vero miracolo calcistico. Il piccolo Leicester ha vinto la Premier league, il più ricco (ma probabilmente non il migliore) campionato di calcio del mondo, dominato dai patrimoni senza fondo di statunitensi, russi, qatarioti e via dicendo. Alla fine il Leicester ha vinto mentre non era nemmeno in campo.
Nel calcio però….n’do vai se il grano non ce l’hai? Eppure esistono eccezioni che non confermano certo la regola ma dimostrano come esistano isole felici è il caso di scrivere. L’Islanda, la terra dei ghiacci. La terra in cui il campionato dura solo cinque mesi, perché nel resto dell’anno fa troppo freddo (anche -30 gradi d’inverno) per giocare a pallone. La superficie del Paese è di appena 100 chilometri quadrati, di cui più del 10% ricoperti da ghiacci perenni. Una terra inospitale per il calcio, e in fondo anche per la vita, come dimostra la popolazione di appena 300mila abitanti dove oltre la metà è concentrata nella capitale Reykjavik. Eppure quest’isola, situata 900 chilometri a nord della Gran Bretagna, sta sorprendendo infrangendo degli inaspettati primati. Il primo l’ha battuto diventando la più piccola nazionale di sempre ad essersi qualificata ad un Europeo. Grazie ad un progetto finanziato dallo Stato, con un’idea chiara alla base: lo sport aperto a tutti, per combattere i problemi dell’alcolismo e del tabagismo fra i ragazzi. E far crescere una gioventù migliore. Più sana, e anche vincente come dimostrano gli ultimi risultati. Vittoria nella vittoria. Inghilterra cacciata e trionfo imperituro. E adesso? Il futuro? Sarà nuovamente a tinte anonime, quasi esotiche o sarà invece l’inizio di un’epopea?




