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Mr. De Gregori & Sig. Dylan

Il principe e Dylan non si sono mai conosciuti, anche se molte volte si sono sfiorati. Certamente si piacerebbero o forse no, ma tutto questo non ha importanza, quello che resta è un incontro di note e di culture tra due dei massimi esponenti della musica popolare (e Folk e Rock e chi più ne ha più ne metta) degli ultimi 40/50 anni. La poetica di De Gregori è figlia della follia acida del Dylan più intimo e poetico, quello di Blood On The Tracks tanto per intenderci, ma anche quello più antico dei primi dischi acustici dove si miscelavano canzoni di protesta (assunte poi a inni generazionali) a vere e proprie introspezioni dell’animo umano. Dylan ha sempre infranto le regole strette del music business senza mai piegarsi, stanco dell’etichetta di Folksinger è salito sul palco di uno dei più importanti (il più importante) festival Folk accompagnato da una Band elettrica sfidando i fischi con un concerto memorabile, era il 1965 e una decina d’anni dopo sulle assi di un lontano teatro in Italia De Gregori si vedeva minacciato da utopistici e stupidi personaggi “nostrani”. Ha sempre amato le canzoni di Dylan De Gregori, fin da quando le imparava con la chitarra nella penombra della sua stanza senza nessun pubblico davanti, le ha proposte durante le sue prime esibizioni al Folkstudio di Roma dove lo sentì Fabrizio De Andrè che innamoratosi della versione tradotta di Desolation Row la volle incidere sul suo album del ’74 (Canzoni) e volle il giovane cantautore romano al suo fianco nella stesura dell’album Vol.VIII. “Stava facendo un disco” ricorda De Gregori “e ce la volle mettere, tradotta. Io e lui, carta, penna e chitarra. Un privilegio enorme anche solo bere un bicchiere di vino insieme, figuriamoci scrivere”.
Il disco “Amore e Furto De Gregori canta Dylan” è uscito ad ottobre 2015 ed in pochi mesi è subito diventato disco di platino ed ora, per chiudere il cerchio, parte il Tour che attraverserà l’Italia tra teatri e palasport. Dell’album verranno eseguite otto canzoni (sempre le stesse che non sveliamo per non rovinare la sorpresa) poi, in attesa che “Dylan traduca in inglese i miei testi”, De Gregori rientra nel suo. Vecchi successi e gioielli dimenticati tra cui spicca una versione di A Pal’omaggio struggente a Pasoli, la trilogia del naufragio come la chiama lui Titanic, I muscoli del capitano L’abbigliamento di un fuochista.
Il pensiero di Dylan resta però sospeso per tutta la durata del concerto, si viene trasportati nel suo mondo, si ascolta aspettando di vederlo comparire per un duetto improbabile. Le ultime parole di De Gregori sul sig. Zimmerman “E se poi qualcuno grazie a me comincerà a frequentare quel mostro sacro, sarà bello”.

Sarà bello comunque sentire Francesco De Gregori.
 

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