Savona. “Conoscere per decidere” era lo slogan di una vecchia campagna elettorale del secolo scorso: due o tre ere geologiche fa della politica.
Eppure quell’assunto che suona un pò come un monito ha un senso anche oggi, laddove qualcuno pensa che siamo entrati o stiamo entrando nella terza Repubblica.
E chissà che questo qualcuno non si identifichi con chi a Savona e non solo, visto anche lo stallo in cui si trova il Paese a seguito delle elezioni del 4 marzo scorso nell’incapacità, almeno finora, di creare un governo, chiede che torni nella scuola Primaria di secondo grado una materia scomparsa o molto attenuata da qualche decennio: l’educazione civica.
Forse non è lontano in molti, almeno in chi oggi ha 40 – 50 anni, ma anche in chi ne ha alcuni in più, il ricordo di quel piccolo libretto che veniva venduto dai librai del tempo insieme al manuale di Storia in prima media e che di solito accompagnava lo studente fino all’ultimo anno dell’allora scuola dell’obbligo. Il Corso di Educazione civica per l’appunto.
Cosa conteneva? Intanto i 139 articoli di cui si compone la Costituzione italiana, ma anche commenti alla stessa, utilissimo per capire i meccanismi di funzionamento dello Stato, della magistratura, degli enti ai vari livelli e sopratutto della formazione delle leggi.
Ma in quell’ora o poco più la settimana, durante le quali il docente o la docente che fosse di Storia e geografia o di Lettere, insegnava ai discenti questa disciplina, venivano anche dispensati consigli e pratiche di buona educazione per formare sani e onesti cittadini che un domani avrebbero così potuto essere più consapevoli non solo di diritti e di doveri ma anche delle loro responsabilità in proprio, come nei confronti degli altri.
Non che all’epoca tutti amassero questa disciplina, non che tutti la ritenessero funzionale a qualche apprendimento che aprisse le porte del mondo del lavoro, a corso di studi terminato, non che tutti gli insegnanti amassero alla follia quella parte di programma e la sapessero trasmettere agli studenti facendogliela apprezzare: c’era però un sentiment comune che percepiva l’importanza di una didattica che poteva dar luogo a cittadini capaci un domani almeno di decidere liberamente e consapevolmente, una volta chiamati a votare per i propri rappresentanti in Parlamento o per far parte di corpi intermedi di cui la democrazia avrebbe ancora grande bisogno. L’educazione civica aveva sopratutto la funzione di preparare le classi dirigenti del domani ai loro compiti dando almeno un’idea di ciò che avrebbe potuto attenderli, in attesa che il resto potessero insegnarlo i docenti di Storia e Filosofia dei Licei e di diritto pubblico, costituzionale e di Storia Contemporanea e Scienza della Politica da parte dei docenti dell’Università.
Chissà se nel momento in cui a Roma, a Milano e in altre sedi si lavora ad un contratto per dare luogo ad un nuovo Governo che si dice, almeno nelle intenzioni, di cambiamento e di mutatio epocale, ci sia taluno, tecnico o politico, che si interroghi sulla necessità di far conoscere ai giovani la costituzione del 1948. Una mater legum, legge fondamentale, che, a dispetto dei suoi settant’anni, e della necessità trentennale di riforme, viene considerata tra le migliori carte al mondo.
Anche la costruzione di un rapporto più diretto tra governanti e governati che Lega e Cinque Stelle stanno proponendo in queste ore presuppone lo studio degli strumenti per una reale e profittevole partecipazione, che, come sosteneva Pier Luigi Zampetti, docente di Dottrine dello Stato all’Università di Genova, sarà la linea di riferimento della politica del XXI secolo.
Confidiamo quindi che il prossimo inquilino alla guida del Miur ci pensi e reintroduca lo studio di questa importante disciplina, magari in chiave più moderna, più critica e con maggiori contatti interdisciplinari con lo studio della Storia e in particolare di quella contemporanea.





