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Quella tappa a Trieste tra tensione e proiettili

Immediato dopoguerra. La ricostruzione economica, sociale e morale dell’Italia devastata dal conflitto è declinata anche dal punto di vista sportivo. Tra le idee concrete per restituire la normalità agli italiani c’è quella di organizzare nuovamente il Giro d’Italia, il primo dopo la Guerra Mondiale. L’ultima edizione si svolse sei anni prima, nel 1939, pochi mesi prima dell’inizio della fine. Tanti gli interrogativi e i nodi da sciogliere non soltanto da un punto di vista logistico dato che la rete viaria, già carente, era andata quasi completamente in rovina nei bombardamenti ma anche sotto il profilo umano. Molti atleti erano partiti per i vari fronti europei ed ipotizzare una competizione agonistica a pochi mesi dalla conclusione del conflitto appariva un azzardo. Ma il ribattezzato  Giro “della Rinascita”, organizzato come tradizione dalla Gazzetta dello Sport, si celebrò e si trasformò in una festa di popolo.
La partenza è il 15 giugno da  Milano in un’ Italia già repubblicana ( il 2 si svolse il referendum monarchia/repubblica), partecipano solo 70 ciclisti. Il percorso vede la carovana rosa scendere fino a Napoli per poi risalire lo stivale fino a Trieste, una città, in quel periodo, diversa da tutte le altre. Qui nel ’45, i partigiani di Tito entrano prima degli Alleati e dichiarano la città annessa alla Jugoslavia. Un mese dopo gli anglo-americani ne prendono il controllo, in attesa di un accordo internazionale tra Roma e Belgrado e sullo sfondo tra Usa e Urss.
La tappa a rischio era la Rovigo-Trieste e far arrivare l’italianissimo Giro d’Italia in quella che fu, prima un centro austro-ungarico e adesso unilateralmente jugoslavo rappresentava una sfida aperta in chiave politica.  In città la sera prima dell’arrivo (sabato 29 giugno) si verificano scontri di piazza, ma la domenica si parte. L’arrivo nella zona A (controllata dagli Alleati) è sicuro ma i problemi non tardano a manifestarsi come previsto: ad un certo punto sui ciclisti arrivano fiori e pietre, pochi metri dopo un ragazzo lancia un grosso sasso in mezzo alla strada che causa sbandamenti e cadute.
Cento metri più avanti, dopo una curva, la strada è addirittura bloccata da pietre, detriti, filo spinato, oggetti; i ciclisti e la carovana intera si fermano e qui scatta l’agguato: volano pietre che colpiscono anche il ciclista Marangoni che sviene, inizia anche una sparatoria che convince l’organizzazione ad interrompere la tappa.
Un unico atleta non ci stà: è Giordano Cottur, triestino puro sangue (nasce nel 1924 e morirà nel 2006 a Trieste), per lui è una questione personale, di onore e professionalità. Vuole continuare, arrivare al traguardo. Per un tratto i ciclisti vengono trasportati sulle camionette degli americani percorrendo una strada diversa. Gli ultimi kilometri si percorrono in sella fino al castello di Miramare dove è fissato il traguardo tagliato per prima dal padrone di casa Cottur.
Su quella edizione del Giro che si concluse a Milano da dove era partito Srisse Bruno Roghi, direttore della Gazzetta dello Sport, con una prosa patriottica da cinegiornale: “Il Giro d’Italia ha fatto il suo dovere. E’ andato a trovare gli italiani. E’ andato a dire che bisogna stare uniti e bisogna volersi bene. Il Giro doveva andare a Trieste, proprio nei giorni estremi di un dolore estremo, per recare alla sorella in pericolo la prova della solidarietà disperata di tutti i fratelli italiani. E’ andato a Trieste.” 

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