
«Ma sono solo quattro ragazzi…».
Così, con queste parole, in modo riduttivo, nell’autunno del 1921, Cristoforo Astengo – il Martire savonese, destinato ad essere fucilato nel tragico Natale di sangue del 1943 – indicava i fascisti italiani, sottovalutando la loro pericolosità e la minaccia che rappresentavano per la democrazia e la libertà nel nostro Paese.
Facile, col senno di poi, criticare le parole di Astengo. Eppure, dal suo punto di vista, in quel momento, le cose non potevano che intese così. Quando, a Ferragosto del 1920, al teatro Chiabrera, era stato costituito il Fascio di Combattimento di Savona, infatti, coloro che erano risultati presenti al suo atto di fondazione erano stati solo 27.
Attivissimi fin da subito, i fascisti savonesi diedero vita ad un giornale, denominato A Noi!, il cui primo numero vide la luce il 2 dicembre 1920 e dalle cui colonne, con grande chiarezza, affermarono la loro ideologia nazionalista, fin da allora impregnata di principi di una presunta superiorità razziale, e la loro visione imperialistica in politica estera.

A rileggere oggi le pagine di quel giornale, non si possono non notare i toni di estrema aggressività che ne caratterizzarono i testi. Sopra ogni cosa, il valore fondante del fascismo veniva ad essere esplicitato nella violenza, esaltata in ogni sua forma. Lo stesso Sindaco di Savona, il comunista Mario Accomasso, pubblicamente minacciato, fu costretto da allora a farsi accompagnare da alcuni portuali savonesi, per evitare di essere aggredito.
I primi atti compiuti dai fascisti, a Savona – che oggi non esiteremmo a definire come terroristici – avvennero nella notte di Capodanno del 1921: un ordigno esplosivo venne fatto esplodere davanti alla sede della Tipografia Socialista, in via Rocca di Legino n. 6, dove veniva stampato il giornale Bandiera Rossa; contemporaneamente, altre due bombe vennero lanciate contro l’ingresso della Centrale della Società Elettrica Riviera di Ponente Ing. Rinaldo Negri.

Costituite segretamente le prime “squadre d’azione” a dicembre del 1920, il 27 febbraio del 1921 le Camicie Nere savonesi iniziarono a porre in atto i loro primi raid: armati di rivoltelle e bastoni, una quarantina di fascisti si recarono a bordo di due camion prima a Carcare e poi a Cairo Montenotte.
Il 3 aprile successivo, al termine della cerimonia d’inaugurazione del gagliardetto del Fascio di Combattimento di Savona, da una carrozza del treno che riportava a Genova un gruppo di Camicie Nere, queste ultime esplosero diversi colpi di revolver contro alcuni operai che avevano osato fischiarli mentre il mezzo transitava ad Albissola Marina: rimase così ferito il piccolo Giovanni Siccardi, di appena 10 anni, che ebbe un polpaccio trapassato da un proiettile.
In quelle stesse settimane ebbero inizio le aggressioni contro i socialisti, i comunisti, i repubblicani, gli anarchici savonesi: le bastonature e i pestaggi, compiute in pieno giorno e anche per le vie del centro cittadino, si contarono a decine e, alla fine, giunsero ad essere rivolte anche contro gli esponenti cattolici del Partito Popolare Italiano (di particolare risonanza fu quella di cui sarebbe rimasto vittima Paolo Cappa a marzo del 1923).
Ma i fascisti savonesi non si limitarono solo a questo: l’8 aprile del 1921, armati di randelli e di rivoltelle, fecero irruzione nel Municipio di Albisola Superiore mentre si stava tenendo una seduta del Consiglio Comunale, interrompendola e minacciando con le armi i consiglieri, i membri della Giunta ed il Sindaco.
A maggio del 1921 furono formalmente costituite le prime tre squadre d’azione fascista di Savona: la Disperata, l’Ardita e l’Intrepida. Ad esse, nel luglio successivo, si sarebbero aggiunte la Benito Mussolini, la Enrico Toti e la V. Pertusio. Nei mesi successivi, poi, sarebbero state costituite altre tre squadre d’azione, la Luigi Platania, la Gastone Bartolini e l’Impavida (che avrebbe poi mutato poi la sua denominazione in quella di Nicola Bonservizi). In totale, i componenti delle nove squadre d’azione savonesi avrebbero alla fine raggiunto il numero di 150.

La sera del 20 giugno successivo, ancora, indirizzando i loro strali contro quella che, a loro parere, era l’immoralità dei costumi dilagante, i fascisti savonesi compirono due raid squadristici all’interno del Caffe Chianale e del Politeama Garibaldi, distruggendo nel primo il bigliardo “multicolore” e devastando nel secondo la sala dove si effettuavano le scommesse sui risultati del cycle ball (un gioco americano di polo in bicicletta allora in voga).

La sera del 6 ottobre 1921, un gruppo di squadristi armati di pistole, bastoni e randelli compì una spedizione punitiva a Lavagnola, sfilando minacciosamente per le strade con l’obbiettivo di intimorire i socialisti e i comunisti che abitavano in quella borgata cittadina. In quelle stesse settimane i fascisti iniziarono a compiere frequenti raid anche ad Albissola Marina, cercando tra l’altro di impedire i lavori del locale Consiglio Comunale e lo svolgimento delle iniziative organizzate dal P.S.I. e dal P.C.d’I.; lo stato di tensione creato dalle Camicie Nere in quella località sarebbe sfociato, alla fine, la sera del 3 novembre 1921, in uno scontro violento con un gruppo di giovani antifascisti, a seguito del quale avrebbe perso la vita il ventenne comunista Giuseppe Anselmo, ferito a morte da un colpo di arma da fuoco alla schiena.
Il 7 marzo 1922, ancora, gli squadristi fecero irruzione nel Municipio di Albissola Marina, interrompendo i lavori del Consiglio Comunale, e, dopo aver devastato le sale, minacciarono con le armi tutti i presenti, intimando loro di non approvare alcun tipo di spesa per onorare la memoria di Giuseppe Anselmo.
Le violenze compiute dai fascisti, a Savona, raggiunsero il loro apice nelle serate tra il 26 ed il 27 maggio, nel corso delle quali sfilarono in armi per le strade di Savona, giungendo anche a far esplodere alcuni petardi, con fare intimidatorio, sotto la sede del Municipio, in piazza di Chabrol, retto in quel momento da una giunta comunista guidata dal giovanissimo Sindaco Luigi Bertolotto.
L’atto conclusivo delle violenze e delle intimidazioni squadriste in città sarebbe stato raggiunto tra il 4 agosto del 1922, quando forze consistenti ed agguerrite di Camicie Nere provenienti dal Carrarese, dalla Lomellina e dall’Alessandrino giunsero a Savona a bordo di camion, reduci dalle devastazioni compiute a Genova nei giorni precedenti. Dopo aver occupato militarmente il Municipio – impedendo, a partire da quel momento, e nelle settimane successive, che il Sindaco, i membri della giunta e i consiglieri comunali potessero entrarvi – nei due giorni successivi i fascisti attaccarono il Circolo dei Ferrovieri, il Circolo Repubblicano Giuseppe Mazzini e la sede della Società di Mutuo Soccorso La Generale, devastando altresì la sede della Cooperativa socialista Alba Proletaria, della Cooperativa Tipografica Socialista (dove venivano stampati i giornali La Voce dei Lavoratori e Bandiera Rossa), del Consorzio Sbarchi e della Camera del Lavoro cittadina e facendo anche esplodere una bomba nell’albergo-ristorante Nettuno di via Monti, gestito dal socialista Giuseppe Bolla. Dopo aver assunto formalmente il potere a Savona, i fascisti imposero il bando dalla città ad alcuni dei principali dirigenti dei Partiti della sinistra cittadina: Giovanni Michelangeli, Pippo Callandrone, Adenago Chiavacci, Italo Diana Crispi, Pietro De Martini, Ugo Alterisio, Lorenzo Moizo e Pippo Rebagliati.

Savona ebbe dunque il triste primato di veder persa la propria libertà in netto anticipo rispetto al resto del Paese.
Poco meno di tre mesi dopo, il 29 ottobre, il giorno successivo alla Marcia su Roma, con un atto di grande importanza simbolica per i fascisti, circa 500 Camicie Nere provenienti dai vari centri del circondario affluirono a Savona e, dopo aver occupato i palazzi delle Poste e Telegrafi, della Stazione Ferroviaria, della Centrale Elettrica, assaltarono il carcere di Sant’Agostino e vi liberarono quattro fascisti che vi erano detenuti, accusati dell’omicidio di Giuseppe Anselmo. Al termine di quella giornata, inquadrati militarmente, sfilarono per le vie principali di Savona, in modo tale che tutti comprendessero definitivamente che, a partire da quel momento, il potere era ormai definitivamente e interamente nelle loro mani.
Il primo decreto che fu assunto da Benito Mussolini, quale Presidente del Consiglio, dopo la Marcia su Roma, il 19 novembre 1922, fu quello dello scioglimento del Consiglio Comunale di Savona. Un gesto significativo, questo, dell’attenzione riservata dal Duce verso la nostra città: il centro operaio e portuale della Liguria, dove il Partito Comunista aveva il suo seguito maggiore e dove la presenza socialista, anarchica e repubblicana era sempre stato estremamente forte e consistente, era infatti considerato da Mussolini una “spina nel fianco” che, con estrema durezza, andava immediatamente posto sotto il suo controllo, per evitare il rischio di eventuali tentativi di rivolta in difesa delle libertà democratiche, destinate, di lì a pochi mesi, ad essere cancellate, per un ventennio, dalla dittatura fascista.
Giuseppe Milazzo






