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Messa crismale ieri sera in Duomo

Savona. “Dobbiamo contrastare il male che c’è nel mondo con la nostra vita e la nostra testimonianza di cristiani”. Con queste parole, quasi un appello alla responsabilità dei fedeli di fronte a questi gravi atti di violenza, il vescovo Vittorio Lupi ha aperto la Messa Crismale del mercoledì Santo.
Il presule ha poi rivolto un pensiero alla vittime degli attentati nella capitale belga e alle giovani studentesse tragicamente scomparse nell’incidente stradale in Spagna. Alla celebrazione, che si sta concludendo in questi minuti in una gremita Cattedrale dell’Assunta, ha partecipato come sempre una folla molto numerosa, proveniente da tutte le comunità della diocesi. E da tutta la diocesi provenivano ovviamente anche i sacerdoti riuniti per celebrare assieme al vescovo Lupi questo momento importante dell’anno liturgico.
A sottolineare ulteriormente questo momento d’unione, altre due vive testimonianze della nostra Chiesa significativamente poste ai lati del presbiterio: da una parte (presso l’altare della Misericordia) il gruppo composto da cantori di varie realtà corali delle diverse parrocchie (tre realtà di Savona e poi Cogoleto, Celle, Finale, Gameragna, Valleggia …) che, diretto da padre Piergiorgio Ladone, ha animato la liturgia; dall’altra (presso l’altare delle Anime), i numerosi rappresentanti delle confraternite diocesane che hanno come di consueto presenziato in cappa proprio di fronte al coro.
Davanti a queste centinaia di fedeli – numerose persone hanno dovuto rimanere in piedi – e di fronte a tutto il clero, riunito per la rituale benedizione e consacrazione degli oli, il vescovo ha ricordato il perché di questo radunarsi in Duomo: “Siamo qui a testimoniare l’unità della diocesi in primo luogo attraverso l’Eucarestia poi con gli olii che saranno consacrati e che saranno poi utilizzati nelle diverse parrocchie”. Non casuale la presenza di numerosi cresimandi, ragazzi ai quali il vescovo ha rivolto un particolare saluto: “La cresima vi farà cristiani adulti, stasera farete un’esperienza nuova, forse la celebrazione vi sembrerà un po’ lunga, ma qui è riunita la comunità di cui presto farete parte da protagonisti”.
E proprio l’unità della comunità cristiana e in particolare dei presbiteri è stata al centro dell’omelia pronunciata dopo le letture dal vescovo Lupi: “L’unità è la realtà più difficile da costruire, ed è quella che più di tutte realizza il Regno di Dio qui sulla terra, proprio per questo Gesù la mette al primo posto nella sua preghiera per noi. Ci troviamo in un clima di famiglia e vogliamo sentirci uniti a coloro che non possono essere tra noi questa sera, ma che fanno ugualmente parte di questa grande famiglia che è la nostra chiesa locale.
Teniamo presenti in modo particolare i Presbiteri defunti di quest’ultimo periodo e che, partecipando alla liturgia celeste, sono uniti a noi questa sera: monsignor Leonardo Botta, don Luigi Pampararo, don Giuseppe Rebagliati. Sono spiritualmente presenti a questa celebrazione anche i Presbiteri ammalati e impossibilitati a partecipare: don Osvaldo Dettoni, don Ernesto Bottero, don Antonio Giusto, don Antonio Elena e il sacerdote missionario a Cuba don Michele Farina”.
“La Messa crismale ci ricorda la natura sacerdotale dell’intero popolo di Dio, le letture di questa sera ci aiutano a comprendere bene questa realtà di un’assemblea regale, un popolo sacerdotale, gente santa, stirpe benedetta dal Signore; in esse vengono contemplate due grandezze: da una parte quella del profeta, dell’inviato, dell’evangelizzatore, che, nel brano evangelico è Cristo, che annuncia efficacemente la liberazione; dall’altra, il popolo degli oppressi che vengono chiamati a libertà – ha proseguito ancora monsignor Lupi – questa chiamata, come ha affermato ripetutamente il Concilio Vaticano II, non ci tocca solo isolatamente, ma fa di noi un corpo sacerdotale che nelle singole chiese locali assume la forma del presbiterio attorno al vescovo.
A queste affermazioni fa eco una frase dell’enciclica Presbiterorum Ordinis che recita: “nessun presbitero è in condizione di realizzare a fondo la propria missione, senza unire le proprie forze a quelle degli altri presbiteri, sotto la guida di coloro che governano la Chiesa”. Direi che l’unità tra i presbiteri è fondamentale per l’unità della chiesa. I pastori, che sono chiamati dal Signore per promuovere l’unità dei carismi presenti nella chiesa, possono farlo solo se hanno sperimentato, vissuto, sofferto l’impegno per l’unità all’interno del presbiterio. Solo in quel modo avranno la capacità, la forza, l’esperienza per favorire l’unità nella loro comunità e nella chiesa. L’unità della Chiesa locale si forma anzitutto nell’Eucaristia, e particolarmente in questa Eucaristia celebrata dal presbiterio col suo vescovo e i fedeli, in comunione con tutta la Chiesa e tradotta in un atteggiamento di carità pastorale che esprima l’ansia che viene dallo Spirito di mettersi corpo e anima a disposizione dei fratelli.
Questa carità pastorale è impegno di tutto il popolo di Dio, tutti sono chiamati ad essere responsabili della missione che Gesù ha lasciato alla chiesa, ma per noi presbiteri assume una caratteristica particolare.
Amare per noi sacerdoti vuol dire amare nella realtà del nostro essere preti, cioè con quella caratteristica propria del nostro ministero che è la forma tipica di amare con il fine di dare ai fratelli il dono più grande, che non è la salute, non è il benessere fisico, o economico, non la realizzazione professionale, o il successo, o altre realtà umane, ma dare la vicinanza, la vita, il perdono, la gioia del Signore, dare loro il Regno; con la parola e con i sacramenti far sì che il Signore entri nella vita di ognuno”.
La carità pastorale non è qualcosa che s’improvvisa nella vita del presbitero o una conquista che si raggiunge una volta per sempre – ha rimarcato il Vescovo esortando poi i sacerdoti a mantenere saldi i principi della propria missione pastorale – noi presbiteri siamo, ovviamente, immersi nella società, nella cultura del nostro tempo, e siamo facilmente esposti ad assorbire la mentalità corrente e alla tentazione di pensare il nostro sacerdozio e vivere il ministero e la nostra vita in maniera funzionale. Una vita intesa secondo i parametri dell’efficientismo, un’esistenza stressata dai vari impegni, la tentazione di dare importanza all’esteriorità, al successo, intanto ciò che conta, è quello che appare, quello che fa notizia, quello che si vede e l’essere visti”.
“La carità pastorale si esprime attraverso l’obbedienza quotidiana a quello che il Signore ci prospetta ogni giorno. Amare è sapersi adattare a tutte le situazioni in cui veniamo a trovarci: il brutto tempo, il ragazzo che ti fa perdere la pazienza, la persona che viene a disturbarti mentre lavori, perché ha bisogno di essere ascoltata, oppure anche il non essere capito, ascoltato … dalle persone che ti stanno attorno, o anche dai superiori – ha rimarcato il presule – la carità pastorale è quindi un amore che si vive nel proprio ministero quotidiano e conduce non dove vogliamo noi, ma dove siamo mandati”. Infine un appello per nuove vocazioni: “Abbiamo bisogno di sacerdoti santi per le nostre comunità … mi rivolgo ai giovani tra i quali sicuramente qualcuno è chiamato ad offrire la propria vita al Signore per una causa che non è umana, ma divina, una causa per la quale il Signore ha promesso il centuplo in questa vita e la vita eterna. E il Signore mantiene le sue promesse”.
C.S.