Cronaca In Primo Piano

Crollo Ponte Morandi: chiuse le indagini

La procura di Genova ha chiuso le indagini per il crollo del ponte Morandi, crollato il 14 agosto 2018 causando la morte di 43 persone. Due gli incidenti probatori che in questi 3 anni hanno caratterizzato il percorso: uno sullo stato di salute del viadotto e un secondo sulle cause vere e proprie del crollo. Sessantanove le persone indagate oltre alle due società ASPI e SPEA che rischiano il processo. La Guardia di finanza sta notificando gli avvisi agli indagati.Le accuse sono di attentato alla sicurezza dei trasporti, crollo colposo, omicidio colposo e omicidio stradale e rimozione dolosa di dispositivi per la sicurezza dei posti di lavoro.

Nel documento si legge che il ponte in 51 anni non è: “mai stato eseguito il benché minimo intervento manutentivo di rinforzo sugli stralli della pila 9. Nei 36 anni e 8 mesi intercorsi tra il 1982 e il crollo, gli interventi di natura strutturale eseguiti sull’intero viadotto Polcevera avevano avuto un costo complessivo di 24.578.604 euro. La spesa media annua del concessionario pubblico era stata di 1.338.359 euro (3.665 al giorno), quella del concessionario privato di 26.149 euro (71 al giorno). Situazione non giustificabile per il concessionario privato, con l’insufficienza delle risorse finanziarie necessarie, dal momento che aveva chiuso tutti i bilanci dal 1999 al 2005 in forte attivo (utili compresi tra 220 e 528 milioni di euro circa), e che, tra il 2006 e il 2017, l’ammontare degli utili conseguiti da Aspi è variato tra un minimo di 586 e un massimo di 969 milioni di euro circa, utili distribuiti agli azionisti in una percentuale media attorno all’80%, e sino al 100%.Le indagini diagnostiche degli anni 1990 (19-29 novembre) e 1991 (12-13 giugno) sugli stralli della pila 9, pur eseguite in modi parziali e inadeguati, avevano individuato, sull’unico strallo a mare lato Savona esaminato, 2 trefoli “lenti” e del tutto privi di iniezione, e, sull’unico strallo lato Genova lato monte esaminato, 2 cavi scoperti su 4, privi di guaina perché completamente ossidata, privi di iniezione perché asportata dal degrado originato dalle infiltrazioni dell’acqua meteorica e, soprattutto, alcuni trefoli rotti, con pochi fili per trefolo ancora tesati”.
La pila 9 fu controllata solo nel 2015 ma: “sui soli stralli lato mare e soltanto in orario notturno; la conseguente relazione evidenziava chiarissimi segnali d’allarme sulle condizioni degli stralli, accertando che tutti i trefoli che era stato possibile esaminare tramite i carotaggi risultavano ‘scarsamente tesati’ e ‘si muovevano con facilità facendo leva con uno scalpello’.

Inoltre Spea svolgeva tali attività di sorveglianza e di ispezione – nella piena consapevolezza e piena accettazione della società – con modalità non conformi alla normativa vigente e, comunque, lacunose, inidonee e inadeguate in relazione alle specificità del viadotto Polcevera; in particolare, le ispezioni visive degli stralli venivano sistematicamente eseguite dal basso, mediante binocoli o cannocchiali, anziché essere ravvicinate “a distanza di braccio” e non erano pertanto in grado di fornire alcuna informazione affidabile sulle condizioni dell’opera. Spea, essendo controllata di Aspi, era “inevitabilmente condizionata, nello svolgimento delle sue attività, da quel rapporto di dipendenza societaria, economica e contrattuale, tanto da attenuare e ammorbidire sistematicamente i contenuti delle proprie relazioni in modo da renderle gradite alla committente, sottovalutando la rilevanza dei difetti e delle criticità accertate. Nessun sistema di monitoraggio strumentale era mai stato installato sul viadotto, a parte quello destinato a tenere sotto controllo la pila 11, oggetto dei lavori di rinforzo degli stralli, che, installato nel 1995 e rivelatosi un fallimento, veniva abbandonato nel 1998”. Dal 2008 “era diventato operativo un (modesto e inidoneo) sistema di monitoraggio statico, limitato al solo impalcato compreso tra i sistemi bilanciati, installato da TECNO-EL, che condivideva con ASPI i relativi dati sulla base di un contratto che ASPI decideva di non rinnovare alla scadenza del 30.6.2014; in data 7.7.2016, i cavi di questo sistema venivano accidentalmente tranciati nel corso di lavori e, da allora, il sistema non veniva più ripristinato. Nel periodo immediatamente precedente il tranciamento dei cavi (maggio-luglio 2016), il sistema di monitoraggio installato da TECNO-EL aveva evidenziato che gli inclinometri posizionati sulle pile 9 e 10 – ma soprattutto i primi – a differenza di quelli posizionati sulla pila 11, segnalavano movimenti anomali e inattesi dell’impalcato, che avrebbero imposto immediati approfondimenti sulle condizioni della struttura allo scopo di individuarne le cause, ma che venivano totalmente ignorati da Aspi e Spea”.

Nel 2013 Aspi inserì per la prima volta il Morandi nel Catalogo dei rischi un “rischio specifico, autonomo ed unico relativo al viadotto Polcevera, definendolo ‘rischio di crollo per ritardati interventi di manutenzione'”. E per quel rischio la società aumentò il massimale assicurativo da 100 a 300 milioni di euro. “Il fatto che il viadotto Polcevera – almeno sino al completamento dell’intervento di retrofitting sugli stralli delle pile 9 e 10 – presentasse criticità e problemi, i cui rischi, in termini di stabilità e sicurezza dell’opera, non era possibile determinare con precisione, ma che certamente andavano aumentando con il passare del tempo, aveva indotto la stessa concessionaria ad elevare il massimale assicurativo relativo al viadotto Polcevera, a decorrere dal 2016, da 100 a 300 milioni di euro. “Fino al 2008 nessun sistema di monitoraggio strumentale era mai stato installato sul viadotto, a parte quello destinato a tenere sotto controllo la pila 11, oggetto dei lavori di rinforzo degli stralli, che, installato nel 1995 e rivelatosi un fallimento, veniva abbandonato nel 1998″. Da quell’anno era diventato operativo un (modesto e inidoneo) sistema di monitoraggio statico, limitato al solo impalcato compreso tra i sistemi bilanciati, installato da TECNO-EL, che condivideva con ASPI i relativi dati sulla base di un contratto che ASPI decideva di non rinnovare alla scadenza del 30.6.2014; in data 7.7.2016, i cavi di questo sistema venivano accidentalmente tranciati nel corso di lavori e, da allora, il sistema non veniva più ripristinato. Nel periodo immediatamente precedente il tranciamento dei cavi (maggio-luglio 2016), il sistema di monitoraggio installato da TECNO-EL aveva evidenziato che gli inclinometri posizionati sulle pile 9 e 10 – ma soprattutto i primi – a differenza di quelli posizionati sulla pila 11, segnalavano movimenti anomali e inattesi dell’impalcato, che avrebbero imposto immediati approfondimenti sulle condizioni della struttura allo scopo di individuarne le cause, ma che venivano totalmente ignorati da Aspi e Spea”.

” IL Catalogo difetti redatto da Aspi inadeguato. Il manuale di sorveglianza e il catalogo difetti approvato da Aspi erano del tutto inidonei a fornire una rappresentazione completa e veritiera dei difetti esistenti ed erano la prova della filosofia manutentiva praticata dalla società che prevedeva che il degrado non fosse prevenuto o affrontato e risolto sul nascere, ma fosse lasciato avanzare e progredire”. Vi era da parte di Aspi, proseguono i magistrati, “una presunzione, del tutto infondata sotto il profilo tecnico-scientifico, di essere sempre in grado di controllarne l’evoluzione nel tempo, in modo da poter intervenire il più tardi possibile, ma, comunque, prima che potessero verificarsi conseguenze troppo gravi ed economicamente dannose, come il crollo del 14 agosto 2018. SPEA sottostimava sistematicamente i difetti che rilevava, attribuendo voti inferiori a quelli previsti dal manuale, in modo da non costringere Aspi a procedere a interventi manutentivi in tempi brevi, mantenendo inalterata, attraverso disinvolte operazioni di “copia-incolla” e contro ogni legge fisica, la descrizione e la valutazione di gravità dei difetti anche per molti anni, senza fornirne descrizioni tecnicamente idonee e sufficientemente circostanziate per consentire l’individuazione della loro esatta ubicazione e dell’epoca della loro prima rilevazione”, hanno concluso.

Informazioni sull'autore del post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *