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“Malcom & Marie”, il film in bianco e nero che fotografa la complessità emotiva delle relazioni

“Malcom & Marie” è disponibile su Netflix da poco più di quarantotto ore e già ha schierato gli spettatori in chi lo elogia e in chi lo critica.
Il film è in bianco e nero ed è scritto e diretto da Sam Levinson – ideatore e sceneggiatore della serie gioiello “Euphoria” – su pellicola 35 millimetri con due protagonisti, che sono anche i produttori: Zendaya e John David Washington.

Sono tante le particolarità del film. La prima è che è stato girato in segreto in California tra giugno e luglio, durante la pandemia, con l’autorizzazione dei sindacati Writers Guild of America, Directors Guild of America e Screen Actors Guild.

Malcom è un regista che, dopo diversi tentativi, è riuscito a fare il classico “film capolavoro” che lo ha consacrato come artista. Tornato dalla première, insieme alla sua compagna ed attrice Marie, è euforico e pieno di sé, ha voglia di cantare e ballare, vuole festeggiare e sentirsi ammirato. Nulla può essere così importante da rovinargli la serata.
Però Marie è glaciale: avvolta in un elegantissimo vestito e circondata dal lusso di quella villa offerta per la serata, ha lo sguardo piccato e i suoi gesti traboccano di risentimento. Anche mentre gli prepara un piatto di “maccheroni” al formaggio, maneggia le pentole e il cibo con sdegno.

Quel genere di nervosismo debolmente nascosto, con lo scopo di essere in seguito riconosciuto ed esibito, non passa inosservato a Malcom, che la esorta a parlare e a sfoggiare la sua abilità di rovinare tutto.
La motivazione è a suo modo semplice, ma probabilmente è solo il risultato di qualcosa di più grande: in un lungo, smielato e completo discorso di ringraziamenti rivolti a chiunque abbia contribuito – anche minimamente – alla realizzazione del lungometraggio, Malcom non le ha riservato nemmeno una parola. Non c’è stato spazio neanche per un “grazie”.
E da lì a poco capiremo che non si tratta soltanto di un’offesa all’importanza della loro relazione: il punto è che la storia raccontata nel film da lui scritto è quella realmente vissuta da Marie.
È l’inizio di un litigio che avrà il ruolo di vaso di Pandora, che a tratti risulta astruso, con l’accenno di riferimenti per i quali avremo la sensazione di essere invadenti, come dei voyeur che osservano di nascosto una coppia che si confida e si sputa addosso tutti gli sbagli e le mancanze.

Il bianco e nero della pellicola non fa che alimentare la straordinarietà della fotografia: la percezione è quella di sfogliare l’album di un professionista, che è l’acclamato Marcell Rév. Ogni frame e qualsiasi inquadratura potrebbero benissimo essere stampate e incorniciate.
Ma, oltre alle vetrina esteticamente perfetta nella quale si muovono e agitano i protagonisti, le esperienze vissute e messe in discussione traggono spunti molto più profondi, elevandosi a problemi universali: il razzismo latente che si percepisce anche quando si parla di anti-razzismo e che porta alla definizione di qualcuno senza uscire dalle linee e dalle possibile argomentazioni che suggeriscono il colore della sua pelle (il film di Malcom è valutato positivamente dalla critica americana, che però lo riduce a un discorso razziale quando non lo è); il concetto che deve stare alla base di un prodotto cinematografico davvero valido e autentico; la questione del privilegio e di come chi sia svantaggiato possa essere più privilegiato di qualcun altro; la differenza di genere e della rappresentazione della donna sulla base di uno sguardo maschile (male gaze); la tossicodipendenza e la co-dipendenza in una relazione; il tradimento, la fragilità e le armi che possiamo usare nei confronti di una persona di cui conosciamo ogni debolezza.

Le accuse che sono state rivolte a questo film si sono concentrate soprattutto sul fatto di essere così bello esteticamente quanto vuoto di contenuti, etichettandolo così come il classico film che prova a raccontare tutto e finisce per non dire niente.
Ma per molti altri non è così: la potenza dei dialoghi è estremamente viscerale, ed è evidente che spesso serva a dimostrare la bravura eccezionale degli attori, ma non è un male. I due protagonisti sono innegabilmente straordinari, in particolare modo Zendaya che non sbaglia mai un’espressione, che riesce a incollarsi addosso la tristezza e l’inadeguatezza come se facessero parte di lei, di come si raggomitola tremando, di come si toglie le ciglia finte e di come fuma la sigaretta.

È sicuramente un film autoriale la cui importanza risiede nelle potenza e nell’estrema pericolosità delle parole, soprattutto quelle che siamo in grado di selezionare per ferire.
“Malcom & Marie” rientra nel cosiddetto ‘cinema pandemico’: una sola location, pochi attori e troupe ristretta. Questo rispecchia anche parte della storia sullo schermo: il periodo storico in cui stiamo vivendo, circondati da poche cose e poche persone con le quali ci rapportiamo, ci porta in qualche modo a metterle in discussione, analizzandole più severamente e affrontandole in maniera più diretta e sincera. Ci troviamo insomma di fronte a qualcuno che impariamo a conoscere anche “forzatamente”, ed è quello che succede anche in questa pellicola.

Riguardo all’accusa che, ancora una volta, sia stato un regista bianco a parlare di una realtà che appartiene alla comunità nera, Levinson ha dichiarato: “Questo aspetto non mi ha mai preoccupato. Ho sempre avuto fede nel processo collaborativo e nei miei attori. Qualora avessi scritto qualcosa di falso e poco autentico, loro avrebbero dovuto correggermi. Non ho mai avuto ansia perché ho estremo rispetto nei confronti della natura collaborativa di ogni processo”.

Accusando il film di questa retorica, si finisce per far parte del meccanismo criticato e messo in scena dal film stesso: Malcom è sessista, narcisista, abusante, sfoggia spesso il suo mansplaining e dice chiaro e tondo a Marie che lui è in grado di “spezzarla come un ramoscello”. Perché lui sa cos’è l’arte autentica, perché lei è inesperta e troppo insicura per poter dire qualcosa di importante, perché Malcom è un privilegiato e non lo vuole ammettere: il fatto di essere nero non è affatto una scusante che abbraccia la “dittatura del politically correct” a cui spesso si urla invano. E Marie cerca continuamente, spesso riuscendoci anche con arroganza, di difendersi dal suo terrorismo emotivo, ma questo non riuscirà a convincere Malcom che la riuscita del suo film non sia merito della sua bravura di saper raccontare una storia a prescindere dalle persone che quella storia gliel’hanno servita.

Sara Grasso

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