Attualità In Primo Piano Savona

Quarant'anni fa Savona e i cinquantacinque giorni di Moro

Savona.  Un’era geologica pare dividerci in  questo 9 maggio 2018 da quel tragico 9 maggio 1978. Non solo perché molti di noi allora bambini, oggi hanno i capelli grigi, ma perché l’Italia, l’Europa, il mondo non sono per nulla o quasi simili a ciò che erano e rappresentavano all’epoca.
In Italia comandava da 30 – 40 anni il partito dello statista democristiano la Dc, dai primi anni Sessanta coadiuvata dal Psi di Nenni e Lombardi, (ma proprio il giorno del rapimento il 16 marzo di quell’anno si insediò un governo inedito per allora guidato dalla Dc con l’astensione benevola del Pci), a Savona governavano da anni giunte formate da Pci e Psi, partiti spariti dalla carta geografica della politica nazionale da quasi 30 anni.
Ciò nonostante la figura di Aldo Moro, che allora bambino di 8 anni, neppure sapevo molto bene cosa facesse e da dove provenisse è ancora molto attuale e molto calzante rispetto ad un oggi che pare non trovare le ragioni di domani.
Di Moro in quel 1978 parlavano tutti a Savona, se ne parlava a scuola, persino nella II B delle scuole elementari di via Cava che frequentavo in quegli anni. Il maestro Gustavo Aceto, profondo cattolico e di ispirazione vicina ai valori della Dc, ci faceva pregare per il presidente ogni giorno. Sperava così di poter contribuire spiritualmente ad una sua possible liberazione. Di Moro, del rapimento, del terrorismo imperante in Italia, si parlava nelle fabbriche, allora ce n’erano molte nel Savonese e davano sostentamento a migliaia di famiglie, ma anche in altri luoghi di lavoro e non.
Mio padre ne parlava durante i pochi momenti di pausa del suo lavoro di netturbino con passanti e baristi del quartiere di Santa Rita che la allora Amnu, oggi Ata, gli aveva assegnato affinché ogni giorno lo mantenesse pulito e ordinato. Quelle persone semplici si interrogavano su temi che lo stesso Moro avrebbe definito complessi: il futuro dello stesso Moro, le possibilità di una sua liberazione, ciò che attendeva la vita di tutti nelle fasi successive.
Se il 16 marzo di quell’anno quando lo statista Dc fu rapito e i cinque della scorta, carabinieri e agenti di polizia, furono uccisi, a Savona nei vari ambienti ci fu un sussulto fatto di commenti preoccupati, di manifestazioni che videro insieme la Dc e il Pci di allora, ma anche altre forze politiche dell’arco democratico del tempo: Psi, Pri e altri; il 9 maggio quando invece Moro purtroppo morì, a Savona parve saltare un tappo che a fatica chiudeva una ipotetica bottiglia della Storia della città e del Paese…
Ricordo le urla di disperazione del vetraio Biancardi che lavorava sotto l’abitazione di corso Italia in cui abitavo con i miei familiari in quel periodo, quando si diffuse la notizia che Moro era morto. Noi eravamo al piano rialzato e potevamo sentirle bene quelle affermazioni. Disse: “In Italia è accaduto qualcosa di gravissimo che sconteremo per anni. Potrebbe essere l’inizio della fine”. Forse era l’emotività del momento, forse era il clima di paura e di incertezza che serpeggiava allora in Italia e in città a dettargli quelle parole, forse i toni erano persino eccessivi, ma da allora le cose cambiarono e come e forse sia l’Italia, sia Savona non saranno più le stesse di prima.
Ricordo poi quel pomeriggio del 9 maggio 1978. Andai con mia madre e mio padre per una passeggiata in via Boselli. Di fronte a noi un paesaggio spettrale….Penso di non aver mai più visto Savona nei quarant’anni successivi in quella veste….Il corpo di Moro era stato ritrovato da poche ore in via Caetani sulla tristemente famosa Renault 4 rossa e in città era scattato subito il lutto nazionale: i negozi erano tutti sbarrati, con serrande chiuse come se si trattasse di una serrata generalizzata. Qualcuno in giro si vedeva, ma silenzioso e spesso con lo sguardo basso.
Ero bambino e non potevo essere capace di analisi sottili, ma nella mia semplice comprensione di chi aveva meno di 10 anni allora, capivo che qualcosa di molto grave era accaduto e capivo che eravamo davanti ad un bivio che avrebbe condizionato le nostre vite anche in futuro. E in parte è stato così.
Paolo VI ai solenni funerali di Stato che pure la famiglia e Moro stesso non avrebbero voluto pronunciò una serie di aggettivi che riassumono benissimo la natura dell’uomo e il valore del politico che definì: “buono, mite, saggio, innocente”.
Un uomo, un leader che vivendo non certo in reggie sfarzose ma in normali e civili abitazioni come i normali cittadini seppe anticipare in parte il domani come solo i grandi statisti sanno fare. Ma sopratutto seppe vedere una politica non fatta di sole convenienze ma di bene comune.