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Il presepio d'Albissola

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La tradizione degli allestimenti presepiali nelle case dei Savonesi è antica di oltre due secoli. Fino al 1797, infatti, essa era limitata alle chiese e alle dimore delle piú illustri famiglie aristocratiche liguri: qui, tra Sei e Settecento, venivano apprestate splendide rappresentazioni della Natività, caratterizzate dalla presenza di eleganti statue in legno intagliato abbigliate con preziosi e variopinti tessuti.
Successivamente, con la caduta del regime aristocratico della Repubblica di Genova, e ancor di più a partire dall’inizio dell’Ottocento, sorse l’esigenza di ricreare la raffigurazione della nascita del Salvatore anche all’interno delle mura domestiche.
Le statuine di quei primi presepi erano realizzate ad Albissola: le figurine, alte all’incirca una dozzina di centimetri, venivano forgiate in terracotta mediante l’utilizzo di due semplici stampi in gesso e colorate successivamente a freddo con tinte che non necessitavano, per consolidarsi, di una seconda cottura. Da un unico stampo prendevano così vita miriadi di personaggi che si differenziavano l’uno dall’altro per la posa in cui erano raffigurati, per il “mestiere” da essi interpretato, per la coloritura degli abiti. Le fisionomie dei pastori e degli angeli erano delineate con pochi tratti: sui visi tondeggianti venivano dipinti tre puntini ed una linea nera a raffigurare gli occhi, il naso e la bocca.
Realizzate dalle cosiddette “figurinaie” – mogli, madri o figlie dei lavoranti alle fornaci o nelle fabbriche di pignatte di Albissola, donne abili nel lavorare la creta, ma che artiste assolutamente non erano – molte di queste statuine, ad esser sinceri, non erano proprio dei capolavori: anzi, a dirla tutta, erano proprio brutte, tanto da venir definite “macachi” dalla stragrande maggioranza dei ceramisti di Albissola. Ma tant’è, quelle statuine erano molto amate e venivano conservate con passione dai loro proprietari, che si premuravano di conservarle con ogni attenzione nel corso dell’anno.
Era, quello di allora, un presepe che era indubbiamente dominato da un gusto da strapaese, ma che, forse proprio per questo, possedeva caratteristiche tipiche, gustose e inconfondibili. Con pochi stampi le “figurinaie” dell’Ottocento erano in grado di realizzare i personaggi di un intero presepe: figure forse imprecise nelle rifiniture e nell’accordo dei colori, ma che si distinguevano per quel tono di indefinibile ingenuità e incantato candore con cui partecipavano al miracolo della Natività.
Realizzate con amore e passione lungo tutto l’arco dell’anno, le statuine del presepe erano destinate ad essere vendute ogni anno, il 13 dicembre, in occasione della festa di Santa Lucia, sui “banchetti” allestiti lungo la strada cittadina che si inerpicava verso l’omonima chiesetta affacciata sul porto.
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Nel tradizionale presepio popolare savonese c’erano naturalmente Gesù Bambino, San Giuseppe, la Madonna, il bue e l’asinello, gli angeli (intenti a suonare qualche strumento musicale, oranti o reggenti tra le mani un cartiglio recante la scritta «Gloria»), gli zampognari e i pastori con le pecorelle. Un posto importante era poi occupato da “Gilìndo” e “Gilìnda” (i primi arrivati alla capanna della Natività, riconoscibili perchè i soli a figurare inginocchiati di fronte alla mangiatoia, con le braccia rivolte verso il cielo e presentanti le loro offerte, un agnellino e le fasce per il neonato), dal pifferaio “Maffeo” e da “u Zeùn” e “a Zeùn-à” (la coppia di anziani eternamente freddolosi con il corpo avvolto in lunghe e variopinte coperte). C’erano poi i personaggi esercitanti le arti e i mestieri sulla costa ligure e nell’immediato entroterra nell’Ottocento… mestieri, nella maggior parte dei casi, da tempo scomparsi: riconosciamo così le lavandaie di Lavagnola, i mugnai e i panettè, i contadini e i paisàn, i fabbri e i massacàn, gli ortolani e le besagninn-è, i boscaioli e i cercatori di funghi, i vasai e gli arrotini, i cestai e i carbugnìn, i falegnami e gli spazzacamini, i pescatori e le pescivendole. Tutti i mestieri erano quindi rappresentati, a rappresentare quella che era la società da piccolo paese tipica dei paesi liguri.
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C’erano infine i Re Magi, con i vestiti coloratissimi, recanti sul capo corone o turbanti, accompagnati da un numeroso corteo di guardie e servitori di colore, cammelli e dromedari, che, naturalmente, non potevano esser sistemati nel presepe prima del 6 gennaio. In quella data, così come voleva la tradizione, si rimuovevano anche le statuine della Madonna adorante in ginocchio e del Bambino e si sostituivano con una unica raffigurante Maria reggente sulle ginocchia il Figlio in piedi e con le braccia spalancate: era la “Madonna dell’Epifania”, la figurina forse piú tipica e caratteristica della tradizione del presepe savonese.
Una tradizione, quella del presepe savonese, che ebbe grande fortuna e che vide tra i suoi piú illustri protagonisti Antonio Brilla (1813 – 1891), il nostro maggior scultore dell’Ottocento, e in seguito Antonio Tambuscio (1870 – 1931), attivo a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale, e che si interruppe bruscamente con la scomparsa di Beatrice Maricone Schiappapietra, l’ultima grande “figurinaia” albissolese, che lavorò presso la bottega di Pozzo Garitta di Bartolomeo Tortarolo (detto Bianco d’ Albisola) fino al 1962.
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Alle figurinaie di Albissola, ancora, è dedicato il piccolo monumento realizzato nella seconda metà del Novecento dall’artista genovese Umberto Piombino (1920 – 1995) ed esistente all’interno dell’ Antica fornace Alba Docilia in Via Grosso di Albissola Marina e una cui copia in bronzo è collocata nella piazza del Municipio di quella località. Di Beatrice Maricone Schiappapietra, in particolare, lo stesso Umberto Piombino era stato allievo negli anni della giovinezza.
Ci piace però concludere questo articolo, dedicato alla tradizione savonese del presepe, invitandovi a rileggere con noi la bellissima poesia che il poeta Carlo Alberto Salustri (Roma, 26 ottobre 1871 – Roma, 21 dicembre 1950) scrisse oltre un secolo fa e che, a nostro parere, bene si adattano ai tempi che stiamo, purtroppo, vivendo.
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La poesia si intitola “Er presepio”:
«Ve ringrazio de core, brava gente,
pè ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore nun capite gnente…

Pé st’amore so nato e ce so morto,
da secoli lo spargo da la croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperduta ner deserto senza ascolto.


La gente fa er presepe e nun me sente,
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore
è cianfrusaja che nun cià valore»
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Giuseppe Milazzo

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