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Come nacque la "zona Cesarini"

Un’altra delle storie più belle degli albori del calcio è quella che riguarda Renato Cesarini. Nato a Senigallia ed emigrato con la famiglia in Argentina quando aveva ancora pochi mesi, Cesarini divenne noto al pubblico italiano nel 1930, quando la Juventus lo fece esordire in Serie A dopo averlo acquistato dal Chacarita Juniors. Era un centrocampista avanzato dalla buona tecnica, ma di cui si ricordano anche lo stile di vita sfarzoso e le bravate.
Le leggende su di lui sono molte, e probabilmente vere. Si dice che si cambiasse la camicia tre volte al giorno, si dice che arrivasse agli allenamenti in taxi, in ritardo, e scendesse dalla vettura con indosso lo smoking. Quello che è sicuro, però, è che in campo ci scendeva e che spesso segnava.

 Nel gennaio 1931 Renato Cesarini esordì anche in Nazionale, chiamato da Vittorio Pozzo. Segnò subito un gol nella prima partita, ma poi nelle successive non brillò. L’allenatore che avrebbe portato gli Azzurri a vincere due volte il Mondiale infatti non sopportava la sua indisciplina, anche se Cesarini era di sicuro un giocatore di grande talento. Il 13 dicembre 1931 indossò ancora l’azzurro, all’interno di uno dei più prestigiosi tornei dell’epoca, la Coppa Internazionale.
A Torino la Nazionale infatti ospitava i forti ungheresi. La gara si dimostrò equilibrata e si avviava verso il 2-2 finale. Almeno fino a quando, al 90′, Cesarini non riuscì a infilare il gol del 3-2 finale. Visto che un’impresa del genere gli era già riuscita un paio di altre volte in campionato, i giornalisti cominciarono a parlare di “Zona Cesarini”. Un’espressione che si usa anche oggi, pure al di fuori dell’ambito calcistico, quando una situazione difficile trova una soluzione in extremis.

Tra l’altro bisogna tener presente che all’epoca segnare al 90′ era molto meno facile di oggi. Fino alla metà degli anni ’60, infatti, non erano ammesse sostituzioni sul campo di gioco. Gli 11 che cominciavano la partita erano anche gli 11 che la finivano. Se qualcuno si infortunava, si finiva la gara in inferiorità numerica. Questo di sicuro favoriva il gioco duro ma rendeva anche più difficile segnare nei finali di partita, quando la stanchezza si accumulava. Ma per Cesarini questo non era un problema.
 

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