Savona. “Banca M. Garibaldi&C – Echi di un Fallimento- Economia – Finanza e Territorio”, è il titolo del libro dell’ex funzionario di banca, l’imperiese originario di Genova, Enzo Ferrari che sarà presentato nel pomeriggio alle 16 presso l’aula magna della Banca Carige in corso Italia 10 a Savona.
Il pomeriggio di approfondimento e studio moderato dal giornalista, collaboratore di Rsvn, Antonio Amodio, è patrocinato da Provincia di Savona e dal circolo Parasio.
“La Banca Garibaldi fu un caso locale o con implicazioni più estese? Probabilmente entrambe le cose”. Commenta l’autore Enzo Ferrari “Costituita nel 1895 con l’intento di raccogliere denaro e finanziare imprese di Porto Maurizio e Oneglia, nel giro di pochi anni aprì diverse filiali lontane dalla città d’origine. La prima di queste fu la succursale di Albenga. Per l’allora territorio della provincia di Genova (che diventerà di Savona solo nel 1927) seguirono Alassio, Finalmarina, Pietra Ligure, Loano e persino Calizzano. Nei libri della banca figurano importanti aziende olearie, manifatturiere quali concerie, industrie farmaceutiche e conserviere, commerciali, agricole, alberghiere. Tra i depositanti vi erano molti benestanti anche di nazionalità straniera.
Una struttura a carattere “familiare” che vedeva nella sede centrale il motore e nelle succursali soprattutto un veicolo di raccolta del risparmio da agricoltori, artigiani, commercianti, benestanti, enti religiosi.
Il periodo successivo al termine della Grande Guerra costituì per il nostro paese un momento di profondo cambiamento economico e sociale. La riconversione delle industrie, il ritorno a casa di migliaia di soldati si accompagnò ai nuovi fenomeni politici estremi che videro prevalere il fascismo come unica risposta alla cronica instabilità governativa.
In questo panorama le banche grandi o piccole, nazionali o regionali, contribuirono al rilancio produttivo dell’Italia. La massa fiduciaria e di conseguenza gli impieghi aumentarono a ritmi superiori a quelli di crescita dello stesso prodotto interno lordo. Svariate banche cavalcarono l’onda, non disdegnando interventi meramente speculativi. Un’espansione che durò fino ai primi mesi del 1925, favorendo imprenditori seri e onesti, così come gli speculatori.
La Banca Garibaldi fu certamente una delle protagoniste del fenomeno divenendo punto di riferimento per istituti di maggiori dimensioni e per imprenditori attenti alle potenzialità economiche della zona.
Al contempo alcune cittadine rivierasche (Sanremo, Bordighera, Alassio) cercavano di ritagliarsi un ruolo nella redditizia industria turistica entrando in concorrenza con la Costa Azzurra attirando ospiti lombardi, piemontesi e soprattutto inglesi, russi, belgi e tedeschi. Se inizialmente il principale fattore di richiamo era il clima, col passare del tempo divennero fondamentali le infrastrutture e i servizi pensati per soddisfare le esigenze di una clientela agiata e ricercata. Un progetto che richiedeva una certa lungimiranza imprenditoriale e ovviamente forti investimenti.
La Banca Garibaldi cercò di giocare un ruolo di traino e di supporto finanziario per le iniziative turistiche e alberghiere. La banca aiutò diversi alberghi a sorgere o a crescere, favorendo i loro investimenti strutturali e immobiliari.
Il ruolo positivo dell’istituto s’incrinò dai primi anni Venti. Il riscontro processuale e le cronache delle udienze ci offrono uno spaccato eloquente delle procedure seguite dagli amministratori.
La logica negli ultimi anni prese una china speculativa diretta a ottenere guadagni nel breve periodo mentre la natura di certi interventi edilizi o industriali avrebbe richiesto, fin dall’inizio, un orizzonte dal respiro più ampio.
Una “ditta bancaria” costituita con lo scopo di accompagnare determinate attività economiche legate alla struttura e alla storia commerciale del territorio. Molte, infatti, erano le piccole “ditte bancarie” che valenti imprenditori o benestanti creavano in una qualsiasi città italiana spesso improvvisandosi banchieri, con poca attitudine, quindi, alla valutazione spaziale e temporale del rischio d’impresa. Molte erano le banche piccole e medie esistenti in Riviera a cavallo dei due secoli. La Banca Garibaldi era “anomala” nelle dimensioni e nell’inserimento. Molte le filiali e capillare l’inserimento (da Finalmarina a Ventimiglia).
La banca fino a pochi mesi prima del crollo era ben vista tra il pubblico, definita solida e sicura, sostenuta ampiamente dalla stampa. Un’immagine positiva che contribuì a distogliere l’attenzione della gente comune dalle manchevolezze manifestatesi ben prima del tracollo ufficiale. La crisi dell’istituto ebbe esiti nefasti non solo sui risparmiatori ma altresì su molte realtà produttive.
Il Ponente, area a prevalenza rurale e agricola, sarà molto penalizzato dal crollo della Garibaldi. Per limitarsi ad Albenga, l’agricoltura della piana forniva giornalmente interi treni di primizie, frutta e verdura per le piazze di Torino, Nizza e Genova.
La Banca Garibaldi con il suo cospicuo volume d’affari non sarà oggetto di salvataggio governativo. Nessun “cavaliere bianco” da Genova o Milano interverrà, nonostante molte voci in tal senso furono propalate dalle stesse autorità prefettizie e dagli amministratori.
Il prospetto finanziario presentato al Tribunale all’atto della domanda di concordato nell’aprile del 1926 presentava un forte squilibrio fra impieghi e patrimonio netto. Mancando i presupposti per un’intesa soddisfacente con i creditori, i giudici dichiararono lo stato di fallimento. La Garibaldi collassò nel maggio del 1926 coinvolgendo molti risparmiatori e svariate imprese.
La procedura sarà lunga e travagliata. Ci vorranno quasi quindici anni per mettere la parola “fine”. I creditori recupereranno una percentuale modesta dei loro averi. Colpi di scena si succederanno a interventi dall’alto, solleciti e rimostranze ad aste pubbliche, altri processi a collassi di tante aziende commerciali e industriali”. Prosegue Ferrari:
“La ricerca durata un paio d’anni sul caso della Banca M. Garibaldi & C. ha permesso di esaminare molto materiale originale. I documenti, le relazioni ufficiali e i resoconti giornalistici dell’epoca reperiti presso biblioteche e archivi comunali e dello Stato, dell’ex Banca Commerciale a Milano, della Cassa di Risparmio di Genova, del Banco di Napoli e soprattutto della Banca d’Italia a Roma, hanno consentito di ricostruire una tormentata e articolata vicenda. Ampio è il materiale iconografico di privati (cartoline, foto, fatture, pubblicità) riportato nel libro.
Un episodio marginalmente affrontato dalla storiografia locale e nazionale e che merita d’essere riscoperto. Se molti, infatti, sono gli studi realizzati sulle banche nazionali, sulle casse di risparmio, sulle banche popolari, sulle casse rurali, poco o niente è stato prodotto sulle cosiddette “ditte bancarie” specie per i primi decenni del secolo scorso.
Lo studioso Antonio Confalonieri in una pubblicazione del 1994 dal titolo Banche miste e grande industria in Italia, a proposito di piccole banche locali si espresse auspicando “un approfondimento sul ruolo positivo o negativo da loro giocato nelle economie locali”.
Il libro, Echi di un fallimento Banca M. Garibaldi & C. Economia Finanza Territorio edito da “Philobiblon” di Ventimiglia, con la prefazione di Andrea Zanini docente di Storia Economica all’Università di Genova, vuole raccontare dopo novant’anni quei fatti che ancor oggi sono presenti nella memoria di molti figli o nipoti di quel periodo”.





