La poesia dialettale savonese del Novecento, come tutti sanno, è stata dominata dalla figura di Giuseppe Cava. Ma oltre al celebre Beppìn da Cà, il panorama culturale cittadino è stato caratterizzato dalla presenza di numerose altre figure, per la gran parte, purtroppo, oggi totalmente dimenticati.
Uno tra i personaggi che più si distinsero, in tal senso, e che furono molto conosciuti nella Savona tra Ottocento e Novecento, fu certamente Ernesto Tixi.

Ernesto Tixi nacque a Savona il 10 febbraio 1873, figlio di Nicolò Tixi e Francisca Argento. Suo nonno, il Cavalier Giovanni Tixi, (1812 – 1884) – insieme al fratello Domenico (1783 – 1861) – era stato uno dei maggiori imprenditori e costruttori navali della Savona di fine Ottocento (i cui cantieri, dopo la costruzione della ferrovia per il porto, dal 1871, erano situati oltre la fortezza del Priamàr, sulla spiaggia di Sant’Erasmo). L’opera dei due fratelli Tixi era stata poi continuata dai tre figli di Giovanni: Giuseppe, Francesco (1832 – 1870) e il Capitano marittimo Nicolò (1837 – 1890). Dall’unione di quest’ultimo con Francisca Argento (1848 – 1930), oltre al giornalista e poeta Ernesto Tixi, nacquero anche Giuseppe Italo Tixi (10 gennaio 1878 – 10 marzo 1906), l’ingegner Emanuele Tixi e le tre sorelle Palmira, Zita e Ines.
All’inizio del Novecento, neppure trentenne, Ernesto Tixi diede vita ad un giornale settimanale, “La Castellana”, di cui egli fu proprietario, Direttore e redattore e il cui primo numero uscì il 24 agosto 1902. Di tendenze liberali indipendenti, avversario dichiarato dei clericali e dei moderati, il giornale ebbe breve vita, terminando le sue pubblicazioni dopo poche settimane.
A partire da allora, grazie anche a quell’esperienza, ma soprattutto in virtù della sua inesauribile vena poetica, in quei primi anni del nuovo secolo, a poco a poco, Ernesto Tixi iniziò a godere, nei salotti buoni della borghesia cittadina, della fama di intellettuale e letterato, diventando assai noto e conosciuto negli ambienti culturali savonesi. Pubblicò due libri in versi, in lingua italiana: il primo, dal titolo “Alla diletta Savona bene auspicando”, stampato a Savona nel 1903, fu realizzato come una feroce satira degli esponenti politici della sua città, mentre il secondo, intitolato “Aere ingusa”, stampato a Savona dalla tipografia Elzeviriana nel 1912, ebbe come soggetto principale l’esaltazione delle imprese e del sacrificio dei soldati italiani impegnati a combattere per la propria patria. Tixi fu altresì autore di numerose poesie, in dialetto savonese e in lingua italiana, firmate con lo pseudonimo “Timan-Gusci”, che, nel corso degli anni, furono pubblicate su “La Castellana” e quindi da “Il Cittadino” e che furono in parte raccolte in un volumetto, uscito nel 1911, dal titolo “La collana di passione”. Tra le sue poesie in lingua italiana si ricordano, in particolare, “Voci del mercato”, “All’Asino nella ricorrenza del Primo Maggio”. Fu anche autore di una commedia in tre atti, intitolata “L’opinione”, che fu rappresentata al Teatro “Wanda” il 31 maggio 1907.

Come testimoniato dal giornale “Il Dovere – Il Corriere Ligure”, Ernesto Tixi amava definirsi «il poeta popolare»: i suoi versi, secondo l’anonimo autore dell’articolo che fu pubblicato da quel giornale, erano «non privi di bellezza» e di certo egli avrebbe potuto mirare a più alti traguardi se non gli fosse mancata «la forza intellettuale e la cultura». «Il suo spirito vibrava comunque per il bello e spaziava verso una meta di idealità, poesia e splendore». A Savona Tixi «era anche noto per le sue stranezze» che avevano contribuito ad attirargli l’attenzione dell’opinione pubblica. «Afflitto da un’alterazione nervosa», ebbe l’esistenza segnata da un disgraziato aspetto fisico che lo espose, più volte, «a burle e a scherzi d’ogni genere»: era «un omino alto un metro, con la gibbosità pronunziata, ma che nei conversari sapeva essere spiritoso e arguto, spesso assai pungente e che passeggiava per le vie di Savona facendo rotolare tra le dita nervose nella mano angolosa il bastoncino di bambù, sorridendo alle signore che lo guardavano sorridenti». Tixi visse gli anni della bella epoque savonese da autentico protagonista e «non si poteva organizzare un pranzo o una serata artistica senza che Tixi fosse tra gli invitati».
Alla fine del 1912 la disgraziata costituzione fisica di Ernesto Tixi gli fu causa di una malattia che lo costrinse a letto nei due anni successivi, infliggendogli lunghe e atroci sofferenze. A partire da allora, così, si consumò lentamente; la malattia gli lasciò appena la possibilità di scrivere qualche verso nei rari momenti in cui gli riuscì di ritrovare un qualche vigore.

Ernesto Tixi morì a Savona il 14 gennaio 1915 ad appena 41 anni di età nell’appartamento di via Paleocapa n. 20 in cui viveva con la madre che, «infelice, amò molto quel figlio suo sventurato». I funerali del giovane e sfortunato poeta furono celebrati nella chiesa di San Giovanni Battista il 17 gennaio 1915. In occasione della sua morte così scrisse il giornale “L’Indipendente”: «Tixi ebbe anima di poeta e cuore gagliardo. Scrisse dei versi evocando le chiome d’oro e gli occhi andalusi delle castellane e profuse il ditirambo e il madrigale nei suoi sonetti. Volle essere poeta popolare e lo fu». Un altro giornale savonese, “Il Cittadino”, invece, esaltando «l’anima semplice e l’intelletto robusto» di Tixi e sottolineando come egli avesse avuto una «vita infelice», lo definì «un delicato poeta che la rima dolorosa aveva educato a cantare le cose buone e gentili».
Di seguito, riportiamo una poesia di Ernesto Tixi, La Pastorella, che fu pubblicata su “Il Cittadino” il 24 dicembre 1913:
Le natu u Rè du sê in t’a cabanna
mandemmu a tûtti inni d’osanna
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Ghe vuriè de marenghìn
bursa, stacche, sacchi pin
e a toua lèsta
per beive e per mangià per fa gran festa.
Riturnellu: Le natu u Rè ecc…
Un bun piattu de raviô
sei lestimmu fin d’ancô
e poi pulastri
arrostu e in fracassâ senza atri inciastri.
Riturnellu: Le natu u Rè ecc…
Per fa fèsta pe u Bambìn
ghe vô paste e du bun vin
ma u Bar Siritu
che ghe de tûttu ben l’ò sempre ditu.
Riturnellu: Le natu u Rè ecc…
Chi vurresse u panettun
vin spumante du ciû bun
vagghe au Chianale;
ne àn fètu unn-a pruvvista madurnale.
Le natu u Redentù in fra i giûmenti
Levemmu inni de gioia a tûtti i venti.
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Cun n’angelica bambinn-a
tûtta grasia, gianca e finn-a
u nun ghe male
se andemmu insemme a Messa de Natale.
Riturnellu: Le natu u Redentù ecc…
Se ne andiemmu ai Capussìn
streiti insemme ben vìscin
e a passi lenti
per prulungâ i dulciscimi mumenti.
Riturnellu: Le natu u Redentù ecc…
Chissà quante mai caresse
quanti baxi e quali ebbresse
u se u ne serba,
se andiemmu a ripusase in po in sce l’erba.
Riturnellu: Le natu u Redentù ecc…
Za u mè cû u l’è in cunfûxiun
pìn de santa divusiun
perché u Mescia
u porte tante grasie e l’allegria.
Giuseppe Milazzo



