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La cella di Mazzini al Priamàr

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Uno dei luoghi più famosi della storia della Savona dell’età risorgimentale, è certamente la famosa “cella di Mazzini”, al Priamàr. Un luogo entrato nel mito, di grande significato simbolico, in cui, appena venticinquenne, il vate dell’Italia repubblicana concepì la “Giovine Italia”.

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Il giovane Giuseppe Mazzini

Giuseppe Mazzini, nato a Genova il 22 giugno 1805, si era accostato alla politica nel 1821, quando aveva visto passare per le vie della città di Genova i Federati piemontesi, reduci dal fallito tentativo di insurrezione che aveva visto Santorre di Santarosa fuggire in esilio e Carlo Alberto divenire, agli occhi di quei primi patrioti, a causa del suo atteggiamento insicuro ed indeciso, il nomignolo sarcastico di “Re Tentenna”. Quel primo moto risorgimentale, fallito così miseramente, aveva fatto sorgere nel giovane Mazzini, per la prima volta, il pensiero «che si poteva, e quindi si doveva, lottare per la libertà della Patria».
Avendo aderito nel 1827 alla Carboneria, il 21 ottobre 1830 il giovane Mazzini fu tradito in seguito alla delazione di Raimondo Doria e denunciato alla polizia di Genova per la sua attività cospirativa. Il 13 novembre fu così arrestato e chiuso in carcere nella fortezza del Priamàr di Savona, dove rimase fino al termine del processo, che si tenne alla fine di gennaio del 1831. Durante la detenzione egli si convinse che la Carboneria non poteva più assolvere ai compiti che si era prefissa fino ad allora; ideò e formulò quindi il programma di un nuovo movimento politico chiamato “Giovine Italia”. Obiettivo di questa nuova organizzazione sarebbe stato quello di dar vita ad una repubblica unitaria “di liberi ed eguali”, consapevoli di appartenere alla stessa nazione; mezzi per raggiungere questo fine, una educazione che predicasse l’insurrezione e un’insurrezione dalla quale risultasse un principio di educazione nazionale. A differenza dei moti precedenti ci si sarebbe dovuti basare non su una classe sola ma sull’intera nazione e non si sarebbe dovuto far dipendere l’inizio del moto da aiuti di altre potenze o di principi. I motti dell’associazione sarebbero stati Dio e popolo Unione, Pensiero e Azione e Forza e Libertà e il suo scopo quello dell’unione degli stati italiani in un’unica repubblica con un governo centrale, quale sola condizione possibile per la liberazione del popolo italiano dagli invasori stranieri. In tal modo Mazzini si oppose così al progetto federalista, nella convinzione che uno Stato federale avrebbe fatto dell’Italia una nazione debole, naturalmente destinata a essere soggetta ai potenti stati unitari a lei vicini: il federalismo inoltre avrebbe reso inefficace il progetto risorgimentale, facendo rinascere quelle rivalità municipali, ancora vive, che avevano caratterizzato, fino ad allora, l’Italia medioevale. L’obiettivo repubblicano e unitario avrebbe dovuto essere raggiunto con un’insurrezione popolare.
La Fortezza del Priamàr nel 1887
La Fortezza del Priamàr nel 1887

Dell’esperienza vissuta, da prigioniero, nella Fortezza del Priamàr di Savona, Mazzini avrebbe lasciato testimonianza in un suo volume di memorie del 1861. Così egli avrebbe ricordato quei due mesi e mezzo trascorsi a Savona:
«Una notte, destato subitamente, mi vidi innanzi due Carabinieri, i quali m’ingiunsero d’alzarmi e seguirli. Pensai si trattasse d’un interrogatorio; ma l’avvertirmi d’un d’essi ch’io lasciassi il mantello, mi fec€# accorto che si doveva uscire di Caserma. Chiesi dove s’andasse: risposero non poterlo dire. Pensai a mia madre che, udendomi il dì dopo sparito, avrebbe ideato il peggio, e dichiarai risolutamente ch’io non sarei partito se non trascinato, quando non mi venisse concesso di scrivere un biglietto alla famiglia. Dopo lunghi dubbi e consigli col loro ufficiale, concessero. Scrissi poche linee a mia madre dicendole ch’io partiva, ma che non temesse di male alcuno, e seguii i miei nuovi padroni.
Trovai all’uscio una portantina, nella quale mi chiusero. Quando si fermò udii a un tempo uno scalpitio di cavalli, indizio di partenza per luogo lontano e la voce inaspettata di mio padre che mi confortava ad avere coraggio. Non so come egli fosse stato informato della partenza, dell’ora e del luogo. Ma ricordo ancora con fremito i modi brutali dei Carabinieri che volevano allontanarlo, il loro sospingermi dalla portantina nella vettura, sì ch’io potei appena stringergli la mano, e il loro avventarsi furente, per riconoscere un giovane che stava fumando a poca distanza, e m’avea salutato col capo. Era Agostino Ruffini, uno dei tre che mi furono più che amici, fratelli, morto anni sono, lasciando perenne ricordo di sé, non solamente fra gli Italiani, ma tra gli Scozzesi che lo conobbero esule e ne ammirarono il cuore, l’ingegno severo e la pura coscienza.
Eravamo davanti alle carceri dì sant’Andrea. Scese da quelle un imbacuccato che fecero salire nella vettura ov’io era e vi salirono pure due Carabinieri armati di fucile, e partimmo. Nel prigioniero riconobbi poco dopo Passano. Fummo condotti a Savona (Riviera Occidentale) in Fortezza e tosto disgiunti. Giungevamo inaspettati, e la mia celletta non era pronta. In un andito semibuio dove mi posero, ebbi la visita del Governatore, un De Mari, settuagenario, il quale, motteggiandomi stolidamente sulle notti perdute in convegni colpevoli e sulla tranquillità salutare ch’io troverei in Fortezza — poi rispondendomi, sul mio chiedere un sigaro, ch’egli avrebbe scritto a S. E. il Governatore di Genova per vedere se poteva concedersi — mi fece piangere, quand’ei fu partito, le prime lacrime dell’imprigionamento in poi. Erano lacrime d’ira nel sentirmi così compiutamente sotto il dominio d’uomini ch’io sprezzava
Fui dopo un’ora debitamente confinato nella mia celletta. Era sull’alto della Fortezza: rivolta al mare, e mi fu conforto. Cielo e mare — due simboli dell’infinito e, con le Alpi, le più sublimi cose che la natura ci mostri — mi stavano innanzi quand’io cacciavo il guardo attraverso l’inferriata del finestrino. La terra sottoposta m’era invisibile. Le voci dei pescatori mi giungevano talora all’orecchio a seconda del vento.
Il primo mese non ebbi libri: poi, la cortesia del nuovo Governatore, il cavalier Fontana, sottentrato per ventura all’antico, fé’ sì ch’io ottenessi una Bibbia, un Tacito, un Byron. Ebbi pure compagno di prigionia un lucherino, uccelletto pieno di vezzi e capace d’affetto, ch’io prediligeva oltremodo. D’uomini io non vedeva se non un vecchio sergente Antonietti che m’era custode benevolo, l’ufficiale al quale si affidava ogni giorno la guardia e che compariva un istante sull’uscio ad affissare il suo prigioniero, la donna piemontese, Caterina, che recava il pranzo, e il comandante Fontana. L’Antonietti mi chiedeva imperturbabilmente ogni sera s’io avessi comandi, al che io rispondeva invariabilmente: un legno per Genova. Il Fontana, antico militare, capace, d’orgoglio italiano, ma profondamente convinto che i Carbonari volevano saccheggio, abolizione di qualunque fede, ghigliottina sulle piazze e cose siffatte, compiangeva in me i traviamenti del giovane e tentò a rimettermi sulla buona via, ogni arte di dolcezza fino a tradire le sue istruzioni conducendomi la notte a bere il caffè colla di lui moglie, piccola e gentile donna imparentata, non ricordo in qual grado, con Alessandro Manzoni.
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Intanto, io andava esaurendo gli ultimi tentativi per cavare una scintilla di vita dalla Carboneria coi giovani amici lasciati in Genova. Ogni dieci giorni io riceveva, aperta s’intende e letta e scrutata dal Governatore di Genova e da quello della Fortezza, una lettera di mia madre e m’era concesso risponderle, purch’io scrivessi in presenza dell’Antonietti e gli consegnassi aperta la lettera. Ma tutte queste precauzioni non nuocevano al concerto prestabilito fra gli amici e me, ed era, che dovessimo formar parole, per sovrappiù di cautela, latine, colla prima lettera d’ogni alterna parola. Gli amici dettavano a mia madre le prime otto o nove linee della sua lettera; e quanto a me, il tempo per architettare e serbare a memoria le frasi che io doveva scrivere, non mi mancava. Così mandai agli amici di cercare abboccamento con parecchi fra i Carbonari a me noti, i quali tutti, colti da terrore, respinsero proposte ed uomini; e così seppi l’insurrezione Polacca, ch’io per vaghezza d’imprudenza giovanile annunziai al Fontana, il quale m’avea accertato poche ore prima tutto essere tranquillo in Europa. Di certo, ei dovè raffermarsi più sempre nell’idea che noi avevamo contatto col diavolo. Bensì, e il terrore fanciullesco dei Carbonari in quel solenne momento, e le lunghe riflessioni mie sulle conseguenze logiche dell’assenza d’ogni fede positiva nell’associazione, e una scena ridicola ch’io m’ebbi col Passano, (il quale incontrato da me per caso nel corridoio mentre si ripulivano le nostre celle, al mio sussurrargli affrettato: ho modo certo di corrispondenza; datemi nomi, rispose col rivestirmi di tutti i poteri e battermi sulla testa per conferirmi non so quale grado indispensabile di Massoneria) raffermavano me nel concetto formato già da più mesi: che la Carboneria era fatta cadavere e che invece di spendere tempo e fatica a galvanizzarla, era meglio cercar la vita dov’era, e fondare un edificio nuovo di pianta.
Ideai adunque, in quei mesi di imprigionamento a Savona, il disegno della Giovine Italia; meditai i principi sui quali dovea fondarsi l’ordinamento del partito e l’intento che dovevamo dichiaratamente prefiggerci: pensai al modo d’ impianto, ai primi ch’io avrei chiamato a iniziarlo con me, all’inanellamento possibile del lavoro cogli elementi rivoluzionari europei. Eravamo pochi, giovani, senza mezzi e di influenza più che ristretta; ma il problema stava per me nell’afferrare il vero degli istinti e delle tendenze, allora mute, ma additate dalla storia e dai presentimenti del cuore d’Italia. La nostra forza dovea scendere da quel vero, tutte le grandi imprese nazionali si iniziano da giovani ignoti e di popolo, senza potenza fuorché di fede e di volontà che non guarda a tempo né ad ostacoli; gì’influenti, i potenti per nome e mezzi, vengono poi a invigorire il moto creato da quei primi, e spesso pur troppo a sviarlo dal segno».
Non essendo emerse prove a suo carico – così come non ne risultarono nei confronti di tutti gli altri imputati – il 28 gennaio 1831 Giuseppe Mazzini fu quindi assolto per insufficienza di prove. A quel punto gli fu offerto di vivere al “confino” in qualche sperduto borgo del regno sotto la sorveglianza della polizia o di andare in esilio a Marsiglia: Mazzini decise per la seconda soluzione: uscito dal Regno Sardo il 10 febbraio 1831, si trasferì in Francia, dove diede quindi vita alla “Giovine Italia”.
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Una curiosità: nessuno degli oggetti che si trovano attualmente nella cosiddetta “cella di Mazzini”, nella Fortezza del Priamàr, risale all’epoca della detenzione del grande genovese in quel luogo. Negli anni Settanta del Novecento, infatti, l’assessorato alla cultura del Comune di Savona decise di rendere il più possibile simile all’originale il vano dove Mazzini era stato detenuto. Mio padre, Giorgio Milazzo, che aveva una bottega da falegname, ricevette l’incarico di realizzare un tavolaccio in legno, in modo da sostituire quello allora esistente, vecchio e malandato e che, peraltro, non era neanch’esso risalente agli anni Trenta dell’Ottocento; le catene che vi furono fissate furono realizzate dal fabbro Martini, che, invece, aveva all’epoca bottega in via Nazionale Piemonte; la sedia che vi fu sistemata e che si trova tuttora nella cella, fu trovata negli scantinati delle vecchie scuole elementari Mazzini di via Verdi.
Giuseppe Milazzo

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