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GIUSEPPE CAVA, BEPPÌN DA CÀ: UN ANNIVERSARIO di Giuseppe Milazzo

Sono trascorsi 76 anni dalla morte di Beppìn da Cà. L’autore di “A tramontann-a”, A törta de seixao”, Oh! Savönn-a!”, “Ricordanse” e tante altre bellissime poesie in dialetto savonese si spegneva nella città che gli aveva dato i natali il 30 marzo 1940 all’età di settant’anni.
Poeta, scrittore, giornalista, tipografo, inventore di giocattoli, impegnato politicamente, ed in modo assolutamente coerente, per tutta la vita, Giuseppe Cava è, tuttora, una figura

Beppin da Cà
Beppin da Cà

Beppìn da Cà ventenne
Beppìn da Cà ventenne

attualissima, emblematica, per certi versi, nella storia di Savona.
“Tutto scorre, tutto passa e viene dimenticato” aveva più volte scritto prima di morire. Ma non è stato così.
A distanza di tre quarti di secolo dalla sua scomparsa, con i suoi versi e con le sue parole, Cava continua ad influenzare e affascinare, così come faceva un tempo. E la cosa curiosa è che sono soprattutto i giovani coloro che si sono maggiormente occupati della sua opera e della sua figura in questi ultimi anni. Lui, che in vita era stato definito da Farfa – il futurista Farfa – un “poeta passatista”, viene oggi ristudiato, analizzato, riscoperto, e soprattutto dai giovani. Si è occupato di lui Diego Scarponi, che nel 2013 lo ha ricordato, e da protagonista, ne “L’età del ferro”, il suo bel documentario sulla storia della siderurgia savonese, dalla Tardy e Benech all’I.L.V.A. E due sue due poesie (“Madrigale” e “E stelle do mae chêu”) sono state musicate e cantate da Roberta Alloisio, una delle artiste più interessanti ed innovative del panorama musicale italiano odierno. Una targa dell’A.N.P.I., in via Cava, la strada a lui dedicata, ricorda da un anno le sue lotte in difesa dei diritti dei lavoratori e quanto ebbe a soffrire a causa delle sue posizioni antifasciste. Diverse conferenze, inoltre, in questi ultimi anni, sono state svolte a Savona sulla sua figura e sulle vicende che caratterizzarono la sua vita. La sua biografia, finalmente, dopo tanti anni di attesa, è stata recuperata e studiata, come giustamente meritava.
Oggi, agli occhi di molti, in questa nostra Savona, il vecchio Beppìn da Cà è divenuto un esempio di etica morale ed un modello di indipendenza, di amore per la libertà, di impegno civile, di onestà, di coerenza. E Dio solo sa quanto se ne abbia terribilmente bisogno, in un’epoca come quella che stiamo vivendo.
A oltre cento anni di distanza dagli articoli da lui composti per il suo “Marciapiede”, tante delle tematiche che egli aveva trattato nei suoi scritti sono oggi più che mai attuali: si pensi solo al vigore con cui affrontò i problemi del malcostume e della corruzione, additando le malefatte dei politici; si ricordino le battaglie da lui condotte per un sistema scolastico statale autenticamente laico, dove qualsiasi forma di “integralismo religioso” fosse totalmente bandita; si rifletta sulla passione con cui si accostò ai problemi della mancanza del lavoro e della disoccupazione o alle denunce delle speculazioni edilizie e degli scempi urbanistici compiuti nella sua tanto amata città; e si mediti sull’attenzione per gli umili e per gli ultimi, i dimenticati dalla Storia, per i quali, sempre, si pose e propose a difesa e a tutela: paradossalmente, ma senza esitazione, l’ateo Cava si ritroverebbe d’accordo con Papa Francesco, a salvaguardia dei diritti di quei profughi e di quei “migranti” che, a centinaia di migliaia, bussano oggi alle porte di un’opulenta Europa, quanto mai egoista e divisa.
Cava era l’uomo delle certezze, delle verità in cui credere, degli ideali per cui battersi, soffrire e pagare, fino in fondo. Il suo essere ateo e anticlericale fu, agli occhi dei suoi contemporanei, una colpa terribile, tanto da valergli l’ostracismo dei vecchi tromboni ultracattolici che si rifiutarono di accettare la sua grandezza di poeta e di uomo. Per le sue idee anarchiche, in cui credeva profondamente, pagò con l’esilio e con il carcere, con il confino e con la povertà.
Altri tempi, verrebbe da dire. E altri uomini, di ben altra stoffa rispetto a quei tanti che oggi affollano certi studi televisivi…Ma quanta coerenza, e quanta modernità c’erano in lui.
Certo, in un’epoca come la nostra in cui l’immagine e la forma regnano sovrane, un personaggio “di contenuti” come Beppìn da Cà può apparire oltremodo scomodo e fuori posto. Eppure, oggi come non mai, nella nostra città, avremmo enormemente bisogno di personalità con una simile stoffa.
Pino Cava, il suo indimenticato nipote, amava considerare “A çighaea d’öu” – che a torto è stata finora considerata una delle poesie “minori” di Giuseppe Cava – come la lirica che forse meglio riesce a rappresentare lo spirito ed il carattere del suo celebre nonno. La ripropongo a conclusione di questo articolo, come, certamente, a lui avrebbe fatto piacere:
 
«Vorriae  comme  i poeti de Provensa
mettîme i ‘na çighaea  in ta gassetta,
portandola orgogliöso  in evidensa
con ciû piaxei da solita cröxetta.
 
‘Sto scimbolo, pe i ciû, de imprevidensa,
de canti spenscierae e de bolletta,
pe chi cantando  passa l’existensa,
l’é ûn scimbolo d’onô, l’é ‘na vendetta
 
allegra contro i tanti che se creddan
consciste ö vive solo in to amûggiâ;
povie formigôe mûtte, che no veddan
 
quanto son  belli ö çê, a taera, ö mâ,
e, vinte da l’egoisrno,  se mäveggian
se posse perde tempo pe cantâ».
 
Post scriptum: il 12 marzo 2020, fra quattro anni, ricorrerà il centocinquantesimo anniversario della nascita di Beppin da Cà. Rivolgiamo un caldo appello al prossimo assessore alla cultura, che risulterà eletto a seguito delle imminenti consultazioni amministrative, affinché quella ricorrenza possa essere celebrata, quel giorno, nella maniera migliore…
Giuseppe Milazzo

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